Avevano interrotto le comunicazioni. Le radio, le televisioni, i giornalisti, le loro stesse menti erano andate a farsi fottere. I cieli sembravano più plumbei del solito, nonostante l'inverno fosse sempre stato abbastanza crudele. Le strade, umide di pioggia, sembravano bocche lascive che bloccavano con cattiveria il volo delle foglie, incollandole alle loro labbra di cemento. Gli alberi grondavano resina e pioggia, nelle giornate di vento non era insolito percepire l'odore delle loro pelli coriacee. Un aroma di marcio e fiori, un profumo che avrei volentieri indossato. Il placido scorrere dei pomeriggi era a tratti ostruito da nubi gravide di altra acqua. Forse era tutto quel succedersi di piogge e fulmini ad aver causato la fine delle trasmissioni dei media. Forse era la stanchezza di tutte quelle persone, una nostalgia come amalgamata in coscienza collettiva. Un sospiro come di discreta rassegnazione. Ne feci parte anche io, prolungando volutamente le ore fino ad ottenere un aspetto consunto, livido e impoverito. Un ammasso di polvere, qualcosa di semplice da spazzare via. Ma in fin dei conti era la notte il vero problema. Quando il soffitto diventava l'unico paesaggio e le mie pupille erano dolorosamente dilatate, accadeva che la mente cominciasse a scivolare sulle proprie teorie. Chi ero? Non ero, forse. Quale sarebbe stato il mio avvenire? Nessuno, forse. La nullità del tutto che mi circondava era asfissiante e la notte, con il suo vestito freddo ed umido, non era d'aiuto. Che il mondo finisca, pensai, che finisca assieme a questi tormenti.