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Le Notti di Alice

I
La lama era lucida ed affilata. Era l'oggetto di cui Alice aveva più cura. Lo puliva minuziosamente e lo lucidava a lungo prima di avvolgerlo nella carta velina. Adesso, il bisturi giaceva sul cuscino ed era pronto per essere usato.
Le undici. La casa era immersa del sonno in quella normale notte di città. Da fuori, giungevano i rumori soliti del traffico, colonna sonora delle sue fughe. Guardò fuori dalla finestra. Niente luna, poche stelle a illuminare le strade e i palazzi. Una lieve brezza autunnale entrava dalla fessura che aveva lasciato aperta, le sue gambe, nude sulle coperte, si ricoprirono di brividi di freddo.
Nel riflesso dei vetri, vide sé stessa, così magra e pallida da sembrare incorporea. La sua espressione dolente era sempre la stessa, da così tanto tempo ormai.
Allungando il braccio, prese alla fine il bisturi, rigirandolo tra le dita come fosse un gioiello prezioso. La lama splendeva alla debole luce della abat jour. La spense, rimanendo nel buio. Avvicinò lentamente la lama alla pelle del braccio e con un gesto lieve ed esperto incise la carne. Subito, dalla ferita sgorgò un po' di sangue. Ma lei non vide. Aveva piegato la testa all'indietro, chiuso gli occhi, stretto le labbra per sopportare il dolore.

Era entrato senza che lei se ne accorgesse, come accadeva ogni volta. Le era già accanto, seduto sul bordo del letto e le aveva preso il braccio, delicatamente. Le sue mani, lievi e gentili, lo stringevano appena, quanto bastava perché il sangue stillasse in maggiore quantità. Poi, Alice sentì il freddo delle sue labbra sulla pelle; con lievi baci stavano risalendo e arrivarono alla ferita. Si fermarono e la catturarono in un bacio. La sua lingua si insinuò all'interno e leccò, dapprima lentamente, via via sempre più rapida.
Alice si trovò adagiata sulle coperte. Il fuoco aveva sostituito il gelo e adesso riconosceva la sensazione di sempre, un languore assoluto, una marea calda che la attirava e respingeva, in un lungo e straziante gioco. L'eccitazione la sorprendeva ogni volta; si sentiva bagnata e pronta, ma il centro del suo piacere era quella piccola ferita sul braccio da cui labbra fredde come il marmo suggevano senza sosta.
Non sapeva mai quanto durasse. Ma era abbastanza da farle quasi perdere i sensi e lasciarla spossata. Solo una voce, appena sussurrata ".. buonanotte, tesoro..".

II
Nella birreria non c'era più nessuno. Solo il barista e un uomo, il cui sguardo era immerso nel liquido giallo e spumoso del suo boccale. Se ne stava seduto ad un tavolino in un angolo buio della sala. Era fermo lì da un po'. Il barista ogni tanto gli lanciava occhiate incerte. Voleva dirgli che era ora di chiudere, ma per qualche ragione non si arrischiava a disturbarlo. L'aveva guardato a malapena, quando era entrato, e non poteva dire con certezza se fosse un tossico o qualcuno di pericoloso; la sua ventennale esperienza nei bar, tuttavia, gli suggeriva prudenza. Quindi, nonostante fossero quasi le due della mattina ed avesse voglia di andarsene a dormire, non si muoveva da dietro il banco e fingeva di spolverare bicchieri e bottiglie. Ne aveva viste abbastanza di risse nella sua vita e non voleva ricascarci.

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