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La fabbrica delle parole inutili

Siamo davvero forti! Invece di impegnare la nostra creatività nella ricerca di risposte alla crisi culturale che dilaga, noi cosa facciamo? Ci trastulliamo. Inventiamo sciocchezze. Come eufemismi. Parole inutili. Neologismi  che, con la scusa di sintetizzare  concetti e fenomeni, fare  chiarezza e mettere ordine, ottengono il risultato di creare confusione. Fraintendimenti. Distogliere dalla realtà dei fatti. O nasconderli. O, peggio ancora, fare danno. E così si va dalle cazzate come fotoscioppare, ai finti neologismi che fanno gridare al miracolo come petaloso, per passare alle parole pericolose come derivati,   fino ad arrivare a quelle nocive come la parola di cui sto per parlarvi. Si dirà, sempre fatto!. Senza andare molto indietro, basta pensare a Goebbels. E a parole come gnadentod (morte pietosa per giustificare l'eliminazione dei tedeschi disabili). Certo, ma se non altro una volta non avveniva in modo così frenetico e incontrollato. Per questo dobbiamo ringraziare la globalizzazione. E la deregolazione. L'eliminazione di regole e di controlli anche dove servivano. Almeno ci avrebbero risparmiato le perdite di urina e diarrea quando  siamo a tavola. Ora, va bene che la società è diventata liquida, ma da qui a trasformarla in un mare di "sciolta" mi sembra puro masochismo. Pensiamo soltanto all'ultima trovata di cui andiamo così fieri, visto che di recente  è  entrata di prepotenza nel lessico quotidiano: post-verità. Con l'accento sulla a, ma l'enfasi compiaciuta della voce sul prefisso post. Se vi interessa tutta la storia, dalla nascita ai giorni nostri, potete facilmente trovarla in Rete.   Ma attenzione, come per il vino, non fermatevi alla prima osteria. Non limitatevi a quello che dicono con faciloneria alcuni siti. Per i quali la parola starebbe per falsità. O fake. Punto e a capo. Cercate di andare oltre. Perché li sta il problema. Quello che mi preme sottolineare è che, nonostante l'apparenza, con post-verità ci troviamo di fronte a una parola opaca. Una parola canaglia.   Un vero e proprio mostro linguistico. Qualcosa di cui diffidare e da maneggiare con cura. Una parola di cui avrei fatto volentieri a meno. E che quando ne faccio uso è solo con sarcasmo e ironia. Perché ne provo disprezzo e paura allo stesso tempo
       
Come ormai d'abitudine o vizio, la parola post-truth è arrivata, anche se con notevole ritardo, nella nostra lingua, trovando la più calorosa accoglienza e degna traduzione. Ovunque si è sollevato un coro unanime di: evviva, alla buonora! ne sentivamo la mancanza, ci voleva proprio! Grazie, America! Post-verità. Post non solo con significato temporale, ma nel senso di: oltre il limite.   A indicare in aggiunta, al di là.   Talvolta pure al di qua. Quando la verità  nuda e cruda  non basta più. Perché non ci soddisfa del tutto, o dubitiamo della fonte da cui proviene. O perché insufficiente per raggiungere i nostri fini. Pensiamo alla post-verità di Israele quando giustifica il suo espansionismo come necessario alla sua sopravvivenza. O all'ISIS quando rivendica di combattere una guerra santa. O a Francia e Gran Bretagna quando si  precipitano in Libia per liberare il Paese dalla dittatura.  Post-verità, uno dei tanti mutanti del vecchio e nuovo secolo. Sorta di Leonard Zelig del lessico quotidiano. Una parola in grado di rapide e inaspettate metamorfosi. Capace  di arricchirsi di significati strada facendo, a seconda del contesto, del momento e delle necessità. Una specie di buco nero che attrae e ingurgita tutto ciò che serve alla bisogna. A volte solo semplice falsità, a volte iperverità.   Non solo la verità "ufficiale" come ci viene propinata dai media o dalla politica, ma qualcosa che comprende anche la verità dietrologica. O  quella virtuale. Personale. Emotiva. Di pancia. Parola serbatoio, o pattumiera, secondo i gusti.   Capace di contenere insieme la realtà che ci circonda e la fantasia e arbitrarietà della narrazione individuale e collettiva. L'oggettività e la visceralità.   I fatti nudi e crudi, le verità costruite e le voci che corrono. Post-verità come summa. Come non-concetto a variabilità semantica, in grado di accogliere tanti concetti e sfumature diverse, a seconda dell'estro, del capriccio e della convenienza del momento.   Capace di abbracciare parole simili e inventate come  "truthiness" (verità di comodo, percepita) e  fagocitarle in un secondo.  

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1 recensioni:

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  • ciro giordano il 30/12/2017 17:49
    leggere interventi come questo fa bene... la lucidità delle parole e dei fatti raccontati, la logica, la tensione etica, l'amarezza che non cade mai nello sconforto, tutto mi ha convinto e quasi emozionato, bravo, bravo davvero e grandissimi complimenti

1 commenti:

  • vincent corbo il 29/12/2017 07:41
    Bellissimo questo spaccato di verità. Forse l'anarchia non è che l'anticamera del totalitarismo e le piccole narrazioni individuali mentre ci illudono di essere più liberi, ci rendono sempre più soli, deboli e indifesi.

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