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<title>Ultime opere di Fabrizio Piazza su PoesieRacconti.it</title>
<description>Le ultime opere di Fabrizio Piazza pubblicate nel sito</description>
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<lastBuildDate>Tue, 25 Oct 2011 19:19:50 +0100</lastBuildDate>
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<item><title>racconto - Notturno</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/quietstorm">Fabrizio Piazza</a></strong></p><p>1.<br />L'odore dominante di quel locale sotterraneo era quello di muffa, ma piacevolmente lieve e per nulla stantio, quasi a ricordare l'originale funzione per cui le cantine erano state inventate. In quella, però, non vi erano rastrelliere piene di polverose bottiglie di vino o salumi allegramente appesi a profumare l'aria di intensi effluvi alimentari. I pochi oggetti presenti nell'ambiente erano un paio di sedie, un tavolino di formica e una strana cassa la cui oscura mole svettava in un angolo quasi completamente buio nella parte opposta del locale.<br />Sulla seconda sedia, quella non occupata da me, vi era una figura umana, polsi e caviglie strettamente assicurati da una corda e con la testa reclinata sul petto, inerte come fosse narcotizzata o priva di sensi. Ancora non dava segno di volersi svegliare, quindi mi assestai meglio sulla traballante e vecchia seggiola impagliata che occupavo e attesi.<br />Girai la testa verso l'unica feritoia che collegava quel locale ipogeo con il resto del mondo. In realtà la feritoia non dava direttamente verso l'esterno, ma su di un pozzetto in cemento che sbucava all'aria aperta un paio di metri più in alto. Un altro piccolo accorgimento, pensai, per rendere la sua tana ancora più sicura e inaccessibile al mondo esterno. Un lieve chiarore filtrava ancora da quell'angusto pertugio, ma stava velocemente scemando. Eravamo già oltre l'ora del tramonto e gli ultimi baluginii di luce solare stavano cedendo il campo all'oscurità della notte.<br />«C'è ancora tempo. » pensai e mi alzai per assicurarmi che i legacci fossero ben stretti e lo trattenessero alla sedia metallica senza che potesse avere alcuna possibilità di liberarsene. Se fosse successo, non sapevo cosa sarebbe stato di me, ma in quel momento ero convinto che non sarei sopravvissuto per scrivere questo resoconto.<br />In quegli ultimi attimi prima che il confronto iniziasse, ebbi un moto di dubbio per ciò che mi apprestavo a fare. Dall'inizio dell'impresa sapevo che avrei messo in gioco la mia vita e, probabilmente, anche qualcosa in più, ma l'impulso di sapere era talmente forte nel mio animo che avrei rischiato tutto il necessario per avere quelle risposte che mi tormentavano e che non avrei potuto ottenere in nessun altro modo.<br />Il momento passò e nel tempo che ancora mi rimaneva prima del suo risveglio ripensai a tutto quello che avevo compiuto per giungere fino al punto in cui mi trovavo.<br />Sono un accademico, un professore specializzato in storia balcanica e da anni conduco una ricerca sul fenomeno del vampirismo. Così come molte superstizioni del voodoo sono state svelate grazie alla moderna scienza, così avevo intenzione di fare per questo fenomeno condannato come abominio diabolico e che invece, a mio avviso, poteva essere inquadrato in modo scientifico e rigoroso e spiegato, e probabilmente addirittura riabilitato, agli occhi della società e della religione. In caso contrario, avrei probabilmente scoperto in prima persona cosa significasse essere un figlio delle Tenebre.<br />In realtà ero pronto per entrambi gli scenari: il mio spirito razionale credeva e sperava in una spiegazione del fenomeno, ma dentro di me sapevo che forse secoli di leggende potevano avere un fondo di verità e, in quel caso, avrei scoperto una dimensione dell'essere notevolmente differente da quanto siamo soliti immaginare.<br />Per raggiungere il mio scopo, però, avevo bisogno di un contatto diretto con un soggetto di questo tipo e quindi mi misi alla ricerca. Passai mesi cercando persone che potessero fare al caso mio finché, un giorno, mi imbattei in quest'uomo, che non nominerò per la mia incolumità. Feci alcune indagini e scoprii che poteva permettersi un'esistenza riparata dal mondo e che apparentemente non aveva vita sociale né professionale, arrivai persino ad infiltrarmi in casa sua mentre lui era assente e qui trovai un elemento che mi convinse a fare ciò che sto compiendo ora.<br />La sagoma nell'angolo più oscuro di questa cantina è in realtà un sarcofago, riempito di terra, nel quale circa un'ora fa avevo trovato il corpo apparentemente inanimato del mio ospite, che ho provveduto a immobilizzare sulla sedia. Il sarcofago è un elemento ricorrente nelle storie di vampiri, ed è il dispositivo che, riempito di terra consacrata dei camposanti, permette loro di riposare e di ricaricare le proprie energie vitali.<br />C'era anche un'altra possibilità, ossia che avessi di fronte un mitomane psicopatico che semplicemente dava sfogo alle proprie ossessioni in quel modo, quindi in una maniera, in fondo, del tutto  innocua.<br />Lo avrei scoperto presto. Dalla feritoia non filtrava più alcuna luce. L'unica sorgente luminosa della stanza era una candela, che la illuminava fiocamente ed in maniera incerta e tremolante.<br />Vidi la testa dell'uomo muoversi impercettibilmente. Ora ero nel suo regno, a casa sua, con l'unica difesa affidata ad una corda che lo doveva tenere imprigionato.<br />Tra poco avrei saputo.<br /><br />2.<br />Passarono ancora alcuni istanti, poi finalmente l'uomo alzò la testa e fissò il suo sguardo nel mio.<br />«Professore, che ci fa lei qui? »<br />«Non ha mai risposto ai messaggi che le ho lasciato. Forse poteva esserci un modo più civile per incontrarci, ma lei non me ne dato modo. »<br />Allora l'uomo provò a muovere le braccia, ma si rese conto di essere legato. Parlò con espressione sorpresa e forse un poco divertita.<br />«Tutto questo non è necessario, le assicuro. Se non sapessi così bene chi è lei, potrei persino preoccuparmi per l'incolumità della mia persona. »<br />«Sa benissimo che non è per questo  che sono venuto qui stasera. Ci sono altre cose che voglio sapere da lei e purtroppo non avevo altro modo per parlarle di argomenti che riterrà estremamente personali. »<br />L'uomo si aggiustò un po' meglio sulla sedia piegandosi leggermente verso di me.<br />«Lei non sapeva per certo che cosa avrebbe trovato qui, questa sera, o sbaglio? »<br />Girò la testa per guardare i legacci che lo tenevano vincolato a quella sedia e annuì brevemente e in modo sconsolato.<br />«D'accordo» proseguì «sembra che sarò costretto a sottostare al suo volere, quindi cosa ne dice se saltiamo i convenevoli e mi chiede ciò che vuol sapere? »<br />«Perché così tanta fretta? » gli chiesi in tono quasi canzonatorio «Ha forse impegni per il resto della nottata? »<br />«Sicuramente qualcosa di più piacevole e interessante che non stare qui legato ad ascoltare i suoi deliri... professore! » mi rispose in tono analogo.<br />«D'accordo, allora cominciamo con il suo... vogliamo chiamarlo "giaciglio"? » dissi in tono inquisitorio indicando l'oscura massa del sarcofago ad alcuni metri da noi.<br />«Andiamo, non offenda la mia intelligenza... » mi fermò «non è per questo che rischia una denuncia per violazione di domicilio e sequestro di persona, professore! C'è ben altro che lei vuol sapere, giusto? »<br />«Se è così ben informato sulle mie necessità, perché non mi spiega lei che cosa sono venuto a cercare? Così ci risparmieremmo un sacco di tempo e di parole. »<br />«Sono perfettamente d'accordo. Allora vediamo... » disse spostando obliquamente lo sguardo verso l'alto come a compiere un considerevole sforzo di deduzione «lei si occupa di storia balcanica, ho letto i suoi articoli sulla sua tesi riguardo alla porfiria in relazione alle manifestazioni di vampirismo, in più mi ha trovato addormentato in una cassa piena di terra. Dannazione! Non riesco proprio a capire cosa diavolo lei voglia da me! » concluse in tono ironico.<br />Non dissi nulla, lasciando che il mio interlocutore portasse a compimento quello sfogo.<br />Infine, cambiando espressione in una maschera gelida dallo sguardo penetrante, mi disse «Professore! Non prendiamoci ulteriormente in giro, lei è venuto per sapere se sono o non sono un vampiro! »<br />Tacqui ancora, ma egli non pareva ancora disposto a svelare le sue carte. Riacquistò una parvenza di serenità e mi guardò senza astio, la testa inclinata in una chiara espressione di pura curiosità.<br />«Ora, però, vorrei capire» continuò l'uomo in tono riflessivo «quale sarebbe la risposta che la soddisferebbe maggiormente... o quella che la spaventerebbe di meno. »<br />Mantenni un contegno per quanto possibile distaccato e cercai una risposta che lo inducesse a proseguire.<br />«L'unica cosa che mi renderebbe veramente felice è la verità. » dichiarai laconicamente.<br />«La verità, dice... » ripeté pensoso «ma raramente la verità è fonte della nostra gioia. Ecco perché è così difficile da ottenere. »<br />Mi squadrò per un attimo e poi riprese a parlare.<br />«E sentiamo, per ottenere questa tanto agognata verità, che cosa sarebbe disposto a mettere in gioco? I soldi? La carriera? La sua fama di accademico? Oppure anche altro? La sua vita? La sua ANIMA? »<br />Pronunciò quest'ultima parola quasi urlando, al termine di un crescendo che, una volta cessato, lasciò un pesante muro di silenzio fra noi. Stentai a romperlo con una voce che, quando uscì, mi meravigliò per la calma che lasciava trasparire. Ma in quel momento non era la calma il sentimento che mi pervadeva e sapevo che lui poteva sentire la paura cominciare ad insinuarsi dentro di me.<br />«Tutto ciò che sarà necessario. » dissi. Lapidario, laconico, non riuscii ad aggiungere altro. Vidi un lampo di assenso nell'espressione del mio interlocutore e un breve cenno del capo.<br />«D'accordo, allora, sia pure come vuole lei. »<br />Indicò la cassa e mi chiese «Lei, onestamente, pensa che io sia pazzo? Un innocuo pazzo che si diletta a dormire in maniera un po' strana? Risponda con sincerità. »<br />«Chi è pazzo di solito non lo ammette così apertamente, lei che ne pensa? »<br />«Se fossi pazzo lei sarebbe ragionevolmente al sicuro. Potrebbe slegarmi, io potrei anche considerare di non denunciarla e la cosa finirebbe qua. Ma se non lo fossi... »<br />«Per questo ho preso le mie precauzioni. » gli dissi indicando le corde.<br />«Sì, me ne sono accorto... »<br />«Allora? » lo incalzai «Io ho scoperto le mie carte, vuole scoprire le sue? »<br />«E sia. » disse, e cominciò a raccontare.<br /><br />3.<br />«Il mio nome è <omissis> <omissis>, sono nato a <omissis> esattamente cinquecentocinquantotto anni fa. Io sono un vampiro»<br />Con queste parole, l'uomo legato davanti a me cominciò la sua rivelazione. Capirete perché sono restio ad indicare il suo nome e spero vogliate perdonare la mia pavidità, ma vi assicuro che ho le mie buone ragioni e al termine di questa cronaca converrete con me che questa sia per me l'unica soluzione possibile.<br />L'uomo parlò come se rievocasse eventi avvenuti poco tempo addietro, con un tono estremamente distaccato e privo di emozione. Fu molto conciso nella sua esposizione dei fatti.<br />«Passai la mia infanzia nel paese che mi diede i natali, ma all'età di 19 anni decisi di andarmene per cercare fortuna in una grande città. Qui mi stabilii e imparai un mestiere come apprendista di un falegname. Vissi un periodo relativamente tranquillo, poi conobbi una ragazza e ci fidanzammo. In attesa della data delle nozze lei continuò ad aiutare la famiglia a condurre una piccola impresa commerciale familiare. Uno sfortunato giorno, però, nella bottega del padre entrò un rapinatore e cercò di rubare i pochi soldi che possedevano e qualche attrezzo. Il padre reagì contro l'aggressore e alla fine la figlia si prese una coltellata in pancia, morendo poco dopo in una pozza del suo stesso sangue. »<br />«Lo racconta come se fossero fatti che riguardano qualcun altro. » commentai.<br />«In effetti è così, » ammise in tono indifferente e quasi annoiato, «non sono più l'uomo che ero a quel tempo. Sono qualcosa di molto diverso, anche se lei ancora non ha compreso appieno questa verità. »<br />«Prosegua il racconto... » lo incoraggiai.<br />«Ovviamente il fatto mi gettò in uno stato di profonda prostrazione e sconforto poiché - inganno dei mortali - l'amore che provavo per quella debole e graziosa creatura mi obnubilava la mente al punto che la perdita di essa mi lasciò completamente svuotato. Il posto occupato fino ad un momento prima da quel travolgente sentimento d'amore fu preso per intero da una analogamente travolgente rabbia, pura, incontenibile, per la quale avrei venduto l'anima pur di soddisfare la sete di vendetta che mi pervadeva ogni fibra dell'essere. E in effetti, in un certo qual modo, lo feci. »<br />Il suo tono assunse una sfumatura di complicità e, inclinandosi verso di me per quanto i vincoli gli permettevano, l'uomo continuò.<br />«Alcune notti dopo, ero insonne nel letto, piangente di rabbia e dolore per la perdita della ragazza quando, all'improvviso, sentii un soffio di vento nella camera e mi accorsi che ai margini del chiarore lunare proiettato nella stanza dal rettangolo della finestra stava una figura oscura e imponente. Mi trattenni dal fuggire e gli gridai "Chi sei?". La risposta venne così potente e nitida nel silenzio della notte che sembrò penetrarmi direttamente nel cervello. "Io sono colui che può darti i mezzi per attuare la tua vendetta, se il tuo odio è sincero e puro come dimostri." Allora, ancora prima di capire, aprii la mia anima all'abisso che mi stava offrendo e accettai di tuffarmici dentro, senza riserva alcuna. Fu così che conobbi il mio Maestro e fu così che lui mi diede la seconda nascita. »<br />«Il suo maestro è ancora, diciamo così, in vita? » gli chiesi mosso da sincera curiosità.<br />Gli occhi gli si velarono di un alone di tristezza. «No, fu ucciso appena cinquant'anni dopo in una città lontana. Amava molto viaggiare e vivere tra genti sempre diverse. »<br />«Ma lei non è morto! La morte del suo maestro avrebbe dovuto implicare necessariamente anche la sua morte! »<br />«Forse quando muore una madre, il figlio che ha generato muore con lei? Non sia sciocco, sono solo stupide superstizioni. Lei cerca altro, cerca la verità. Si prepari ad accettarla com'è per davvero, senza preconcetti. <br /> Per concludere la mia storia, una volta trasformato e rinato alla vita oscura riuscii senza grossi problemi a rintracciare il bandito che aveva tolto la vita alla mia fidanzata e una notte lo andai a trovare e lo uccisi. Non ne feci un vampiro - oh no - patì una morte lenta, atroce e dolorosa, per ripagarmi del male che mi aveva fatto. E quello fu l'omicidio che confermò, nell'oscuro rito di sangue che il mio Maestro aveva preparato per me, il mio passaggio dalla non-vita alla non-morte. Per diventare veri vampiri bisogna uccidere con il gusto di farlo. »<br />«E poi che successe? » lo incalzai.<br />Con una smorfia di sufficienza rispose.<br />«Poi mi trasferii molte volte, nel corso del tempo, fino a stabilirmi qui, dove mi ha trovato lei stasera. »<br />«E cosa fa per sostentarsi... non mi riferisco al lavoro, mi capisce. »<br />«Certo che capisco. Vuole sapere se continuo ad uccidere? »<br />«Precisamente. »<br />«Sì, lo faccio ancora. » rispose lui in un tono calmo e quasi di sfida che provocò in me una reazione rabbiosa che riuscii a stento a controllare «Lo faccio, ma con molto meno piacere rispetto a quella prima, gloriosa notte in cui ebbi la mia vendetta. Ora lo faccio solo per nutrirmi. »<br />«Ma lei, essendo un vampiro, è immortale. Potrebbe anche evitare di nutrirsi e non morirebbe comunque. »<br />«Anche lei potrebbe digiunare per uno o due mesi prima di lasciarci la pelle, ma non lo fa. Salverebbe molti capi di bestiame dal macello. »<br />«Sono vegetariano. » risposi quasi meccanicamente.<br />«Oh, capisco... allora vede che una cosa in comune ce l'abbiamo? Una dieta particolare scelta consapevolmente in entrambi i casi. Ma la voglio rassicurare, molto spesso mi procuro sangue animale, non altrettanto raffinato dal punto di vista qualitativo, ma comunque nutriente. »<br />«Perché si è disturbato a specificarmelo? Ha paura che la immagini come il Principe delle Tenebre a caccia di mortali indifesi? Ha bisogno della mia assoluzione? Badi bene, perché in tal caso non l'avrà! »<br />«Ah! Ah! Lo sapevo! Parlare con lei è un vero piacere. Non mi pento di averla fatta entrare in casa mia. »<br />«Per la verità, mi sono autoinvitato. » lo contraddissi.<br />«Sì, sì, come vuole. Comunque ora è qui e tanto basta. Tra l'altro, non mi ha ancora fatto la domanda che tanto le preme. »<br />«E sarebbe? » gli domandai.<br />«Suvvia, non stia così sulla difensiva! Pensavo che ormai avessimo superato questa fase di diffidenza. E poi qui quello legato mani e piedi sono io! Mi conceda un po' di credito. »<br />«È vero» ammisi «c'è una domanda che mi preme sopra tutte le altre. Ed è quella... »<br />«... sull'immortalità. » finì il mio prigioniero per me.<br /><br />4.<br />«Come fa a saperlo? » chiesi in un tono tra il sorpreso e l'incuriosito.<br />«Oh, non è poi così difficile. E sappia che non è nemmeno il primo che me la pone. Mi dispiace deluderla, ma è già successo, in passato. Altri miei simili pensano che io sia troppo interessato agli esseri mortali, ma non so che farci, parlare con alcuni di essi, badi bene, solo con quelli degni e meritevoli della mia attenzione, mi da un sottile piacere. Ma io sto divagando... mi ha chiesto come facevo a saperlo? Semplice, quale altra domanda di importanza suprema può rivolgere un essere mortale ad uno immortale? Io conosco e vivo uno stato che a lei è precluso, ma che la affascina moltissimo. Non vorrebbe diventare un vampiro anche lei? »<br />«Non al momento, grazie» declinai «ho altri progetti per il mio futuro prossimo. »<br />«Futuro dice... si, certo, lei è una persona ancora giovane e mi pare in forma, cura abbastanza il proprio aspetto fisico e questo le potrebbe dare, a meno di tragici inconvenienti, altri  quaranta o cinquant'anni di vita. Per me è poco più apprezzabile della vita di una mosca o di una zanzara. »<br />«La ringrazio per il paragone. » dissi leggermente piccato.<br />«Pensavo avrebbe apprezzato la mia sincerità. Ad ogni modo, lei ha una data di scadenza, che non conosce ma che le impone un limite temporale, qualsiasi cosa lei faccia. »<br />«Come una mozzarella... » ironizzai.<br />«Esattamente! » disse ridendo alla mia battuta «Non mi sbagliavo a giudicarla: so riconoscere una mente brillante quando ne incontro una. »<br />«Quindi, intende rispondere? »<br />«Mi ponga meglio la domanda, allora. »<br />Quella richiesta mi lasciò per un attimo spiazzato. Avrei voluto che fosse lui ad articolare la risposta, ma evidentemente l'argomento dell'immortalità era così vasto che probabilmente non mi riteneva in grado di afferrare la verità così come lui poteva presentarmela, esatta e nella sua interezza. Mi ripresi e cominciai a domandare.<br />«Lei si renderà conto che la sua pur notevole età non è che una briciola in confronto all'età dell'universo. Dopo più di cinquecento anni le cose sono cambiate notevolmente, ma da qui in avanti potrebbero cambiare ancora più radicalmente. »<br />«Quindi, cosa vuole chiedermi? »<br />«Che cosa farà tra altri cinquecento, mille, un milione o dieci milioni di anni? »<br />«Vivrò. »<br />«La chiama vita questa? »<br />«Lei non si pone nemmeno il problema, per se stesso. Probabilmente non la preoccupa nemmeno il riscaldamento globale perché tra un secolo lei sarà polvere. Io invece vivrò. Mi adatterò, questo è certo, e con me i miei fratelli. »<br />«Andiamo ancora più avanti. Tra approssimativamente cinque miliardi di anni... »<br />«... il sole si esaurirà, si contrarrà ed infine esploderà distruggendo tutti i suoi pianeti. » disse come a puntualizzare una cosa ovvia «Sì, lo so, ho avuto modo di studiare astronomia e astrofisica. »<br />«E la cosa non la disturba? »<br />«Non tanto, ma ancora lei non può capire perché. »<br />«Ma il suo corpo verrà distrutto, non ci sarà cantina abbastanza fresca per ripararla da quel sole morente. »<br />«Come ho detto, non può ancora capire. »<br />«D'accordo» dissi alzandomi dalla sedia  «se così non ci intendiamo, proviamo diversamente. » Pensai alla domanda successiva e questa mi affiorò naturale alle labbra.<br />«Il paletto! »<br />«Come dice, scusi? »<br />«Se qualcuno le trafiggesse il cuore con un paletto di frassino, la decapitasse o... »<br />«Aspetti, aspetti, mi dispiace deluderla ma non è così semplice porre fine alla nostra non-vita. »<br />«Hollywood la pensa diversamente... »<br />«Hollywood ha detto solamente ciò che conveniva alla nostra sopravvivenza. Nient'altro. »<br />«Ma lei, in fin dei conti può morire. »<br />«Non qui e non ora. »<br />«Ma se io distruggessi il suo corpo? Se lo dessi alle fiamme? »<br />«Concordo che non potrei più condurre la vita terrena che conduco ora, ma a che pro mi chiede questo? »<br />«Non avrebbe più la vita terrena... cosa le rimarrebbe allora? »<br />«Complimenti, professore, una domanda molto ben costruita. »<br />«E la risposta qual è? »<br />Facendosi serio, rispose «Mi rimarrebbe la vita in un piano esistenziale che lei non può concepire nemmeno se tentassi di spiegarglielo. »<br />«Lei ci provi comunque. »<br />«La sua è presunzione o puro desiderio di conoscenza? »<br />«Non eluda la domanda e risponda! »<br />«Va bene, ci proverò... lei sa bene che la nascita è l'ingresso di un essere vivente in questo piano di esistenza. » Io annuii. «Allo stesso modo, la seconda nascita e la confermazione del sangue trasformano un essere mortale in un essere trascendente. »<br />«Trascendente in che senso? »<br />«Nel senso che, oltre alla vita comunemente conosciuta e modificata per le necessità di questa condizione, vi è una nascita ad una condizione altrettanto materiale, ma più perfetta. »<br />«Una specie di vita eterna, come quelle che promettono le religioni? »<br />«A questo mondo, le religioni la promettono solamente, ma non ho mai parlato con qualcuno che l'abbia effettivamente ottenuta,  perciò la sua domanda non è pertinente. »<br />«Non si arrocchi su posizioni filosofiche. Come sarebbe questa sua vita? »<br />«Oltre ciò che vede. Di più non posso farle capire. Se vuole la conoscenza perfetta, dovrei fare di lei un vampiro. »<br />Qui mi fermai. Quest'ultima affermazione, logica e plausibile cui giungemmo al temine di quel serrato scontro di intelletti, fu come il segnale del limite che avrei dovuto, ma non avrei mai voluto, valicare.<br />Mi rimisi a sedere e cercai un modo diverso di soddisfare le altre domande che mi ronzavano nella mente.<br />Ma era difficile, dannatamente difficile, poiché quella sincera e apparentemente onesta offerta di conoscenza era così allettante, vera e a portata di mano, che mi sarebbe bastato slegarlo e lasciare che compisse l'atto che mi avrebbe aperto le porte della rivelazione.<br />Ma non era questa la mia strada, ne ero sicuro. Accantonai l'ipotesi e ripresi a parlare con lui.<br /><br />5.<br />«Non ti spaventa l'idea di non poter avere legami stabili con altri esseri umani? »<br />«Ah, un progresso, ora ci diamo del tu! Molto bene, me ne compiaccio! »<br />Poi mi rispose con un secco cenno negativo del capo.<br />«Dovrei? Il mio dominio trascende qualsiasi umana comprensione. Tu sei preoccupato che il tuo cane viva solo una decina d'anni? »<br />«Ricominci con le analogie poco lusinghiere? »<br />«Sei stato tu a portarmici. Ora rispondi. »<br />«D'accordo. Sì, mi dispiace che muoia prima di me. »<br />«Ma...? »<br />«Ma cosa? »<br />«Quando muore, cosa fai? »<br />Capivo chiaramente dove voleva arrivare. Risposi con un sospiro appena accennato. «Lo seppellisco e ne prendo un altro. »<br />«Per me è la stessa cosa. Siete troppo inferiori e fragili perché mi possa davvero importare qualcosa di voi. Posso apprezzare alcune persone, di altri mi rimane un ricordo più profondo, ma finisce tutto lì. »<br />«Se siamo esseri così inferiori, perché stai parlando con me? »<br />«A parte per il fatto che mi hai legato alla sedia? Anche tu giochi col tuo cane per trarne diletto, giusto? »<br />«Scusami, ma non credo che sia solo per questo. »<br />«Davvero? E per quale altra ragione allora? »<br />«Per ricordarti le tue origini? Per rivedere da vicino la condizione che hai lasciato? »<br />«Sinceramente non ne vedo il motivo... » disse lui.<br />«Lo sai che chi usa avverbi tipo "sinceramente", "veramente", "onestamente", quasi sempre lo fa per mascherare l'intenzione opposta? »<br />«Sì, ma tu ti riferisci agli esseri umani, non ai vampiri. »<br />«Forse non c'è poi così tanta differenza... »<br />«Non ci scommettere. » replicò glaciale.<br />«Se tu hai accettato lo stato di vampiro per attuare la tua vendetta, forse non lo avresti fatto in mancanza di uno stimolo tanto forte. »<br />«Non posso saperlo, visto che è andata così. »<br />«Lasciami fare un'ipotesi allora... » dissi alzandomi dalla sedia.<br />«Prego, fai pure... » mi incoraggiò con un gesto del capo.<br />«Dopo più di mezzo millennio ti trovi intrappolato in una condizione dalla quale non puoi uscire, esaurita la spinta iniziale che ti ha convinto ad accettarla ti è venuta semplicemente a noia la vita, ma non hai alcun modo di sottrarti ad essa. » <br />«Sei completamente fuori strada. »<br />Io invece ero convinto di stare colpendo nel segno, così continuai ad incalzarlo, in un crescendo degno di un brillante avvocato del foro.<br />«Credi? Lascia che finisca... Per alleviare questa tua ennui de vivre, hai sporadici contatti con persone che ritieni degne di condividere con te alcuni dei tuoi segreti e con le quali trai piacere nel filosofeggiare sulla vita e sull'immortalità. »<br />«Acqua, acqua... » mi canzonò mentre parlavo.<br />Continuando la mia arringa mi avvicinai a lui fino a trovarmi così vicino da poterlo toccare. Puntando un dito indagatore a pochi centimetri dal suo viso, infine, gli chiesi:<br />«In definitiva, se tu avessi la possibilità di tornare indietro, revocheresti questa tua innaturale e blasfema condizione per riabbracciare la vita umana, terrena, limitata, fragile e mortale? »<br />«No. »<br />La risposta arrivò così secca e decisa che in un istante mi accorsi di non aver centrato il punto. L'energia che mi aveva sostenuto in quell'atto di accusa si dissolse istantaneamente, le braccia mi ricaddero lungo i fianchi e feci un passo indietro. Pareva proprio che quell'essere godesse della propria condizione esattamente come se ne faceva vanto.<br />«Deluso? » mi chiese in tono ironico «Davvero pensavi di poter comprendere i miei pensieri? Davvero pensavi che sarebbe bastata la tua faccia tosta e un pezzo di corda per avere le risposte che cercavi? Mi dispiace, ma non è così. Ammetto che parlare con te è stato piacevole, finanche divertente, ma ora ti prego di andartene. Non voglio più aver niente a che fare con te e se mi cercherai o parlerai di me verrò a trovarti, ma non sarà per darti le risposte che cerchi o la vita che ora non comprendi. Sarà solo per darti la morte, eterna e dolorosa. »<br />Un momento prima egli era lì, davanti a me, legato mani e piedi alla sedia e poi, all'improvviso, un battito di ciglia dopo era scomparso, i legacci che fino a quel momento parevano imprigionarlo giacevano penzolanti dalla sedia o caduti al suolo.<br />In quel preciso istante mi resi conto che non c'era stato un solo attimo, in quella folle notte, in cui il mio ospite fosse stato davvero mio prigioniero, che mi aveva concesso udienza per qualche ragione che ignoravo e che, ancora più stranamente, mi concedeva quartiere per ritirarmi dopo tutta quella mia insolente messinscena.<br />Me ne andai alla svelta da quel luogo maledetto, uscii dalla sua dimora e non lo cercai mai più. Ancora adesso mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi accettato la sua proposta di fratellanza in quel breve momento di comunione delle nostre menti, dal quale mi ero così pavidamente ritirato.<br />Non lo saprò mai, ma ora potete capire le ragioni della mia ritrosia a svelare ulteriori dettagli riguardo al protagonista di quella notte.<br />Non vorrei che venisse a trovare anche voi.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6696"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6696</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6696</guid><category>racconto</category><pubDate>mer, 28 apr 2010 20:17:42 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Il Naufrago</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/quietstorm">Fabrizio Piazza</a></strong></p><p>Era successo tutto molto in fretta.<br />La nave spaziale stava percorrendo un’orbita di fuga di quel piccolo pianeta per lasciarselo alle spalle e utilizzare il suo campo gravitazionale come una fionda, allo scopo di addentrarsi ancora di più all’interno di quel sistema solare sconosciuto.<br />Il pianeta era di classe 2, dimensione medio piccola, del diametro approssimativo di 12.000 Km, e il computer aveva già calcolato l’orbita che li avrebbe sparati al di là di esso, con un’accelerazione sufficiente a raggiungere rapidamente il loro obiettivo principale: il pianeta più interno, che non era stato ancora battezzato se non con una sigla astronomica che ne denotasse scientificamente la composizione chimico-fisica.<br />Scopo della missione era di ottenere campioni per lo studio e l’eventuale sviluppo di una colonia mineraria in quello sperduto angolo della galassia.<br />L’ingresso nell’orbita era stato perfetto, dato che il computer aveva il controllo della navigazione, e il pilota aveva solamente dovuto dare il consenso alla manovra preimpostata dal potente elaboratore di bordo, scegliendo l’orbita più bassa, cioè quella che avrebbe impresso loro la massima velocità di uscita.<br />Alcuni attimi dopo l’ingresso nell’orbita di fuga, però, accadde l’imprevedibile: il motore principale ebbe un repentino calo di potenza fino a spegnersi completamente.<br />I sistemi automatici di sicurezza deviarono istantaneamente tutta l’energia al sistema di propulsione secondario, ma dopo un brevissimo attimo nell’abitacolo risuonò l’allarme di navigazione: era il modo del computer di segnalare che l’energia propulsiva non sarebbe stata sufficiente a terminare la manovra di attraversamento. La scelta dell’orbita bassa si rivelò immediatamente fatale ai quattro membri dell’equipaggio, saldamente legati ai loro posti dai sistemi di ritenuta per evitare incidenti durante la manovra prevista.<br />Il pilota e il copilota tentarono l’impossibile, cercando di deviare manualmente la rotta verso lo spazio esterno.<br />Ma purtroppo i calcoli del computer si rivelarono esatti: in assenza di una spinta propulsiva adeguata, la nave cominciò ad abbassare la sua orbita fino al limite esterno della stratosfera.<br />Accortosi della situazione, l’addetto ai sistemi dirottò tutta l’energia disponibile agli scudi esterni, pochi secondi prima che lo scafo cominciasse a scaldarsi per via dell’attrito con l’atmosfera.<br />I due piloti, ristabilito l’assetto di discesa, tentarono di controllare la navigazione il cui traguardo finale si stagliava sempre più nitido attraverso le nubi.<br />Sotto di loro si stendeva un continente sconosciuto formato da catene montuose e grandi pianure.<br />Fu su una di queste pianure che il primo pilota diresse lo scafo, che cominciava a scaldarsi nonostante la protezione degli scudi azionati a pieno regime.<br />La terra sotto di loro si stava avvicinando a velocità vertiginosa, e solo la grande esperienza del primo pilota fece sì che la nave ristabilisse un assetto planato, volando per una distanza che a tutti parve enorme e nel frattempo riuscisse a frenare quella folle corsa verso la distruzione.<br />La velocità era ancora spaventosamente alta quando lo scafo cominciò a toccare le prime cime della vegetazione che si stendeva sotto di loro, bruciando tutto al suo passaggio.<br />Poi ci fu lo schianto.<br />La nave ebbe un brusco contatto col suolo, ci fu un sussulto e infine calarono le tenebre.<br />Si svegliò dopo un tempo che non riusciva a determinare, con un senso di confusione e la vaga sensazione di essere fermo.<br />Aprì gli occhi e vide attorno a sé uno spettacolo devastante: quella che era stata una nave tecnologicamente all’avanguardia, era ridotta ad un rottame. Lo schermo anteriore, fatto di un robustissimo materiale trasparente, era squarciato da una roccia, che, evidentemente, era stato l’ultimo freno della loro spaventosa discesa.<br />Guardò accanto a sé e vide il corpo dell’addetto alle comunicazioni accasciato, in una posizione così innaturale da far sospettare indicibili rotture e lesioni interne.<br />Al di fuori della nave, non più trattenuti ai loro posti dalle cinture, stavano i due piloti, l’uno col corpo orrendamente deformato dall’impatto con la roccia antistante, l’altro mutilato e quasi irriconoscibile poco distante dal primo. L’impatto li aveva fatti sbalzare dal loro posto di pilotaggio, non più trattenuti dalle cinture, divelte dai loro ancoraggi per la spaventosa forza a cui erano state sottoposte.<br />In pochi attimi, si rese conto di essere l’unico superstite dell’equipaggio, un naufrago su di un pianeta alieno e molto probabilmente ostile e inospitale.<br />Improvvisamente però si rese conto che lo squarcio nello scafo stava facendo entrare i gas dell’atmosfera nell’abitacolo della nave.<br />Cercò di divincolarsi dagli strumenti che con la loro caduta gli impedivano i movimenti, per raggiungere la dotazione di emergenza composta dalla maschera d’ossigeno e dai medicinali, ma si rese conto di riuscire a muoversi con molta fatica.<br />Trasse un respiro e si rese conto con sorpresa che l’aria proveniente dall’esterno era respirabile.<br />A confronto con l’aria di casa sua, questa era solamente un po’ più ricca di ossigeno e c’erano odori mai sentiti mescolati ad essa.<br />Questa scoperta lo calmò, e si mise a lavorare per liberare la parte inferiore del proprio corpo dai rottami della nave.<br />Quando ci riuscì, si fece largo verso il portello di uscita, che non riuscì ad aprire per via della deformazione che aveva subito.<br />Scoprì però che il portellone di coda era pressoché integro, e così si armò della leva per l’apertura manuale e di molta pazienza.<br />Ogni giro della maniglia apriva di uno spiraglio l’enorme porta, dimensionata per il carico e lo scarico dei veicoli scientifici su otto ruote, quelli che avrebbero dovuto guidare per reperire i campioni di minerali e metalli da riportare in patria.<br />Ma ogni giro della maniglia acuiva in lui una sensazione di dolore diffusa in tutto il corpo, e si rendeva conto di avere la mente annebbiata per la terribile prova subita.<br />Le immagini dei compagni straziati gli tornarono alla mente e, sebbene la situazione fosse disperata, ringraziò dentro di sé si essere ancora vivo. Almeno per un po’.<br />Finalmente il portellone si aprì e lui scese, toccando per la prima volta la terra che li aveva accolti così rudemente.<br />Si guardò intorno, ma dovette schermarsi gli occhi perché la luce era molto forte.<br />Un giovane sole giallo, incastonato in un cielo azzurroâ€"celeste, irradiava generosamente quel piccolo pianeta, e lui immaginò che senza l’aiuto della vegetazione, la temperatura sarebbe stata veramente insopportabile.<br />Tutto attorno a sé vide piante di specie a lui sconosciute, con un grosso e robusto tronco e una folta chioma di verdi foglie.<br />Sedette su una radice scoperta e cominciò a pensare al modo di uscire da quella situazione, ma la stanchezza lo sopraffece e si addormentò.<br />Fu svegliato dai rumori della vegetazione, non avrebbe saputo dire quante ore o giorni dopo.<br />Il sole era di nuovo alto nel cielo, ma non sapeva né la durata di un giorno su quel pianeta, né quanti giorni locali era rimasto in stato di incoscienza.<br />Si alzo, con la testa dolorante, e si diresse alla nave.<br />Fece un rapido controllo dei sistemi di emergenza: comunicazione, supporto vitale, navigazione, accumulatori, computer centrale.<br />Tutto inutile.<br />La nave era morta, non c’era più un briciolo di energia che circolasse nei suoi sofisticatissimi circuiti, ridotti in pezzi.<br />Non c’era un pannello integro, all’interno dell’abitacolo.<br />Il computer non rispondeva più ai comandi vocali, lo scafo era orrendamente squarciato nell’anteriore, e solo la parte posteriore conservava un aspetto quasi normale, anche se l’intera struttura, a ben guardarla, si era sensibilmente deformata sotto l’enorme sforzo dell’atterraggio di fortuna, dando alla scena un tocco irreale e grottesco.<br />Il naufrago stava estraendo dai rottami i viveri di emergenza, per organizzare un campo di fortuna all’esterno della nave, quando il suo udito finissimo percepì un rumore cupo e roboante in lontananza.<br />La sua mente ottenebrata dal dolore fisico, non aveva considerato alcun elemento significativo dal momento dell’impatto.<br />Gli vennero alla mente come in un lampo le informazioni che il computer aveva elencate sul pianeta a cui si stavano avvicinando: oltre alle dimensioni e alla classe di appartenenza, aveva informato della presenza di forme di vita indigene, anche se primitive e di basso livello tecnologico, con una spiccata tendenza all’aggressività.<br />Si rese conto che non aveva organizzato nessuna difesa.<br />In tutti i casi, lui, l’addetto ai sistemi di una piccola spedizione scientifica, non aveva alcuna cognizione sull’uso delle armi.<br />Un panico irrazionale e gelido lo attraversò: si rese conto che l’impatto non poteva essere passato inosservato.<br />Anche una civiltà arretrata come quella aveva dalla sua parte il vantaggio del campo e del numero.<br />Lui era solo, praticamente disarmato e ferito. Il corpo gli doleva in più punti, e solo con fatica riusciva a muoversi, barcollando.<br />Decise di rientrare nella nave e attendere gli eventi.<br />Dopo qualche minuto, scorse alcune figure muoversi circospette nei dintorni.<br />Fu allora che vide quegli esseri alieni per la prima volta.<br />Ebbe un moto di ribrezzo alla loro vista: strisciavano per terra e la loro pelle era colore della vegetazione circostante. Su quello che sembrava il loro capo e sui quattro arti crescevano escrescenze verdi simili a rami. Fra gli artigli anteriori, ognuno di essi stringeva un’asta dalla forma curiosa.<br />Ai loro occhi, lui non era visibile, protetto dal buio dello scafo, ma loro si muovevano fra le macchie di luce della boscaglia, rivelando le loro forme orripilanti.<br />Una di queste figure arrivò vicino ad un lato dello scafo e, sorprendentemente, si eresse sugli arti posteriori, impugnando la propria asta fra quelli anteriori, ormai liberi.<br />Toccò la parete dello scafo con l’asta, producendo un rumore sordo.<br />Il rimbombo, all’interno della nave produsse un’eco che scosse i nervi già provati del superstite.<br />Non si accorse che, mentre il primo eseguiva questa manovra, un altro essere aveva infilato il capo all’interno dello scafo.<br />Il naufrago si girò e si trovò ad incrociare lo sguardo con quest’ultimo.<br />Fu un attimo eterno, durante il quale ognuno dei due vide il lampo dell’intelligenza e della paura nell’espressione dell’altro.<br />Sebbene l’aspetto dell’alieno fosse orripilante, non riusciva a staccare lo sguardo dai suoi occhi.<br />Il superstite si mosse verso la parete opposta dello scafo e a quel punto la paura prese il sopravvento: l’essere penetrato nell’astronave alzò l’asta che già teneva puntata conto di lui e lo guardò attraverso di essa.<br />Un attimo dopo, un rumore simile al tuono invase l’interno dell’astronave e il naufrago sentì qualcosa fischiargli vicino al corpo.<br />L’essere che lo aveva aggredito tornò sui suoi passi e richiamò con versi gutturali i compagni che, tutti sugli arti posteriori, si ritirarono velocemente nella fitta boscaglia.<br />Attese pazientemente che i rumori si spegnessero, poi andò a verificare cosa era successo durante l’incontro con l’alieno.<br />Un odore acre invadeva l’interno dell’astronave. Era dovuto all’effetto provocato dalla sua arma, che evidentemente doveva essere un’arma di antica ma efficace concezione.<br />Sicuramente un’arma ad impatto cinetico, una di quelle che per colpire usava una corpo di metallo compatto spinto da un’esplosione di miscela chimica.<br />Aveva studiato armi simili, ma solo come conoscenza accademica e storica delle usanze di alcune civiltà primitive, ma mai e poi mai si sarebbe immaginato che un giorno si sarebbe trovato faccia a faccia con una di queste armi, per di più puntata dalla parte sbagliata!<br />Doveva essere capitato proprio a contatto di una civiltà barbara e cruenta.<br />A riprova di ciò, vide un foro circolare nel punto dove si trovava la sua testa un attimo prima dello sparo. Solo l’istinto di spostarsi l’aveva salvato dall’impatto sicuramente mortale.<br />Di nuovo, sentì quel rumore cupo e roboante in lontananza, ma questa volta non c’erano dubbi che si stesse avvicinando.<br />Se solo la nave avesse avuto le sue difese funzionanti… era certo che nessun’arma di questi barbari avrebbe potuto superarle.<br />Ma era inutile, visto che la nave era completamente inutilizzabile.<br />Il rumore crebbe d’intensità fino a diventare quasi assordante.<br />Infine, dalla bruma della boscaglia, apparirono in lontananza alcuni oggetti spaventosi: agli occhi del naufrago erano simili a grossi animali, di colore grigio-verde e dotati di qualcosa simile a una catena al posto delle zampe.<br />Un lungo tubo era posto sulla sommità di ognuno di essi.<br />Era immerso in queste considerazioni, più incuriosito che spaventato, quando dai tubi si levò quasi contemporaneamente un fragore assordante.<br />Spruzzi di terra si levarono a pochi metri dal portellone di ingresso e investirono l’interno della nave.<br />Non poté reprimere un urlo di terrore: le armi che gli stavano rivolgendo contro erano notevolmente superiori a ciò che si era aspettato, e si rese conto che l’unica speranza di salvezza era la fuga nella boscaglia.<br />Ma gli assalitori avevano rapidamente aggiustato il tiro, e il suo tentativo di fuga fu stroncato dalla salva successiva, che sventrò la nave su un fianco e sul lato posteriore, esplodendo una volta penetrata all’interno dello scafo e riducendolo ad un mucchio di rottami.<br />Una colonna di fumo si levò dal relitto in fiamme.<br />Nulla di vivo poteva essere rimasto lì dentro.<br />Questo fu il rapporto che il primo esploratore riportò al comandante della forza di attacco.<br />Il comandante si tolse il binocolo dagli occhi e sorrise compiaciuto.<br />“Comunicate al comando operativo che il veicolo alieno è stato distrutto!” disse rivolgendosi al marconista.<br />Infine si liberò dalla torretta e scese dal carro armato che aveva personalmente comandato durante quell’attacco.<br />Il marconista si avvicinò mentre stava ancora contemplando le rovine fumanti.<br />“Il comando ordina che la zona venga immediatamente bonificata da tutte le tracce e chiede se abbiamo bisogno dell’appoggio dell’aviazione.”<br />Il comandante fissò i suoi gelidi occhi azzurri in quelli del marconista e rispose:<br />“No, puoi comunicare che l’attacco è andato a buon fine e l’emergenza è rientrata.”<br />Poi chiamò a sé la squadra di esploratori che per prima era entrata in contatto con la nave aliena.<br />“Sei sicuro” chiese ad uno di loro “che ci fosse una forma di vita ostile, all’interno ?”<br />“Sissignore.” si sentì rispondere “L’ho visto con i miei occhi! Era orribile, e si è mosso per attaccarmi. Per questo ho aperto il fuoco e siamo rientrati per richiedere l’appoggio dell’artiglieria. Sono sicuro che stava per attaccarci con chissà quali armi aliene.”<br />“Si, è vero…” mormorarono le voci dei suoi compagni a questa affermazione.<br />Anche il comandante era intimamente convinto di aver preso la giusta decisione, e così, dopo un’ultima occhiata al relitto, fece voltare il carro e rientrò alla base.<br />Vide arrivare un enorme numero di veicoli carichi di soldati, di attrezzature scientifiche e di macchinari costosissimi.<br />Squadre di ingegneri scortate da soldati armati si stavano avvicinando ai resti della nave aliena per recuperare qualsiasi cosa che potesse essere studiata in laboratorio.<br />Ora toccava a loro finire l’opera, ma a lui, il comandante, convinto di aver agito per il bene dell’umanità, rimaneva la terribile sensazione di aver compiuto qualcosa di terribile e sbagliato.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2250"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2250</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2250</guid><category>racconto</category><pubDate>sab, 29 set 2007 11:33:09 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Il Diario</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/quietstorm">Fabrizio Piazza</a></strong></p><p>1. L’invito<br />La busta che trovai quella mattina di ottobre del 19.. nella mia cassetta delle lettere, mi lasciò subito perplesso. <br />A differenza delle normali missive che solitamente ricevevo, infatti,  questa aveva un non so che di antico. Non per l’aspetto in particolare, se si esclude il mio nome scritto con svolazzi di foggia ottocentesca, ma nel suo insieme.<br />Rientrai in casa e fui subito curioso di aprirla, tralasciai di leggere le numerose pubblicità che avevo ricevuto e accantonai subito le bollette per non guastarmi l’umore.<br />Preso un coltello dalla cucina mi apprestai ad aprire la busta, con un misto di curiosità e di timore ingiustificato.<br />La lettera mi era stata spedita da un mio caro amico, che qui chiamerò A. per rispettarne l’anonimato, poiché le cose che accaddero in seguito sono troppo incredibili perché una persona sana di mente possa accettarle senza avere prove più che sicure.<br />Per quanto mi riguarda, avrei dovuto bruciare subito quella maledetta lettera, ma, come ho già detto, la curiosità in quel momento la faceva da padrona.<br />Mi sedetti in una poltrona del salotto e cominciai a leggerne il contenuto. A., dopo le formalità iniziali,  mi scriveva che si era stabilito da un paio d’anni sulle Alpi, in una località che qui chiamerò San G. In breve, dopo essersi scusato di non avermi fatto pervenire sue notizie negli ultimi quattro anni, mi invitava a trascorrere un fine settimana nella sua casa, una villetta di caccia del XVIII secolo, che egli aveva restaurato per andarvi ad abitare, dove avremmo potuto parlare e raccontarci cosa fosse successo in tutto questo tempo.<br />L’invito era per il mese successivo, per cui avevo tempo a sufficienza per preparare quella mia breve escursione e riorganizzare adeguatamente i miei impegni di lavoro.<br />Subito mi accinsi a scrivere la lettera di risposta, poiché sulla missiva che avevo ricevuto non vi era un recapito telefonico, ma solo un indirizzo a cui recarmi.<br />Misi da parte la lettera ed uscii sulla veranda a godermi il pallido sole di quella giornata autunnale, dopodiché, preso dai miei soliti impegni, dimenticai la faccenda fino a pochi giorni prima della partenza.<br />Quando venne il giorno, decisi di partire con il treno e mi recai fino alla stazione più vicina, a circa dieci chilometri da San G., e da qui presi un taxi che mi portò a destinazione.<br />Lasciata la strada principale dopo un paio di chilometri dalla stazione di O., il taxi imboccò una strada parzialmente asfaltata che si addentrava in un’ombrosa pineta, per terminare in un tratto sterrato che curvava più volte seguendo il fianco del monte.<br />Dopo circa un quarto d’ora il taxi mi depositò di fronte a una villetta a tre piani, la cui struttura, perfettamente restaurata, dava contemporaneamente l’impressione di semplicità e di lusso di altri tempi.<br />Il mio amico A. uscì dalla porta principale e venne ad accogliermi, aiutandomi a portare dentro i bagagli.<br />Chiamò una donna per indicarmi la stanza dove avrei alloggiato, e mi lasciò per permettermi di sistemarmi e di mettermi a mio agio.<br />La stanza che mi aveva assegnato era quanto meno stupefacente: arredata con mobili d’epoca, aveva un gigantesco letto a baldacchino che troneggiava proprio al centro.<br />Un paio di arazzi decoravano le pareti e l’unica finestra dava sul lato della casa, verso la tenebrosa pineta che circondava quella casa per chilometri e chilometri.<br />Mi sentivo piuttosto provato a causa del viaggio, ma, avvertendo qualcosa di più di un semplice languore,  mi preparai e scesi per la cena.<br />A. mi stava aspettando nella sala da pranzo, un enorme salone rivestito in legno di quercia e quando mi vide si avvicinò e cominciammo a chiacchierare amabilmente.<br />Poco dopo, la donna che prima mi aveva aiutato ad entrare, una bionda signora di mezz’età piuttosto corpulenta, entrò dicendo che il pranzo era in tavola.<br />La cena fu davvero squisita, non solo a causa del mio appetito, ma soprattutto per la maestria con cui erano state preparate tutte le portate.<br />Feci i complimenti alla signora, che si schermì con modestia, e cominciai a chiedere al mio amico cosa fosse successo in tutto quel tempo in cui non avevamo avuto contatti.<br />-Ti risponderò nella biblioteca, davanti a un cognac, se sei d’accordo.<br />Mi condusse in una stanza molto più piccola di quella dove avevamo cenato, ma anch’essa completamente rivestita in legno, nella quale un camino acceso rallegrava l’ambiente con la sua luce ed il suo calore scoppiettante.<br />-Allora, che mi dici? Come vanno le cose, in mezzo a questa foresta?<br />-Beh, non posso lamentarmi. Quando abbiamo perso i contatti, quattro anni fa, ero agente di commercio, ed ora mi ritrovi padrone di questa villa. Immagino che ti chiederai come sia potuto accadere…<br />-Effettivamente è così, anche se forse non avrei  il diritto di chiedertelo.<br />-No, anzi… E’ un po’ difficile da spiegare… Sicuramente è difficile da credere.<br />Un vento gelido si era alzato e spirava dalla foresta contro le imposte della casa.<br />A. estrasse da un cassetto un libretto rilegato in pelle, che ad una seconda analisi si rivelò essere un antico diario.<br />-Credo che questa lettura ti farà comprendere e forse credere a quello che ti dirò in seguito. Leggilo ad alta voce, per favore.<br />La foggia della rilegatura, in pelle nera stampata recante un fregio dorato sulla copertina, fu la cosa che mi incuriosì maggiormente.<br />Mi sistemai nella poltrona, appoggiai il mio bicchiere e ne cominciai la lettura.<br /> <br />2.Il Diario Nero<br />Aprii la prima pagina e trovai annotate sul retro della copertina queste parole:<br />Non legga queste pagine chi cammina sul sentiero della luce.<br />Chiesi cosa significasse, ma il mio amico mi invitò a proseguire, perché quelle parole erano state scritte successivamente e non avevano niente a che fare con l’incredibile contenuto che ne sarebbe seguito, allora cominciai a leggere…<br />Mi chiamo I., e scrivo questo diario per preservare la memoria di questa esperienza che ritengo unica e di cui non ci sono altre prove documentate al di fuori di questo manoscritto.<br />Ho vissuto tutta la mia vita nel paese di P., quarant’anni tra pochi mesi, che qualche anno fa è stata segnata da un evento incredibile e raccapricciante al tempo stesso.<br />Ma andiamo con ordine: tutto è cominciato da un sogno che feci in una maledetta notte di novembre.<br />Nel sogno mi trovavo in un ambiente scuro, una specie di catacomba, e l’unica fonte di luce era fornita da un paio di torce. Vidi davanti a me un uomo e una donna, vestiti di lunghe tuniche grigie, che mi davano le spalle ed erano rivolti verso un altare, ossia un blocco squadrato di pietra grezza.<br />Mi avvicinai a qualche passo da loro e vidi che l’uomo teneva nella mano destra un pugnale, che stava sollevando per vibrare un colpo. Per un attimo osservai la forma del pugnale: sembrava d’oro con due pietre incastonate sui lati, poco distanti dalla base della lunga e lucida lama.<br />Ma fu soltanto un attimo, perché in quel momento vidi l’oggetto del sacrificio, poiché di sacrificio si trattava, ne ero certo, ovvero un bambino poco più che neonato, fasciato da una pezzuola, che piangeva ignaro di quel che stava per accadere.<br />La mia reazione fu istintiva: mi scagliai contro l’uomo e lo scaraventai a terra. Cadendo perse il pugnale, che cadde tintinnando sul pavimento. La donna, sorpresa da quella mia comparsa improvvisa, non ebbe tempo di reagire, così afferrai il bambino e corsi via da quel posto maledetto. Ma ci fu una cosa che mi trattenne dallo scappare: fatti pochi passi sentii la voce dell’uomo che mi diceva di non farlo. Fu la normalità della sua voce che mi convinse a fermarmi e a girarmi dalla loro parte.<br />Entrambi si erano tolti i cappucci, ma l’uomo non aveva raccolto il pugnale. Questo particolare mi diede fiducia e ascoltai ciò che avevano da dire.<br />-Non hai capito quello che stava succedendo.- disse l’uomo mentre la donna mi guardava con occhi imploranti.<br />-Certo che ho capito- tuonai in risposta â€"volevate uccidere un bambino indifeso!-<br />-No- disse l’uomo tendendo una mano â€"lui non è quello che tu credi.<br />Udendo queste parole, sollevai il bambino per osservarlo.<br />Troppo tardi compresi le parole dell’uomo, che invece stava compiendo una santa opera.<br />Gli occhi del bambino erano diventati neri come gli abissi dell’Inferno, e due pupille gialle da rettile avevano preso il posto degli occhi azzurri che poco prima avevo visto.<br />Le fauci spalancate scoprivano due zanne lunghe ed aguzze.<br />Pietrificato dall’orrore, non ebbi il tempo di reagire. Quella creatura si protese con un guizzo verso il mio collo e mi morse.<br />In quel momento mi svegliai, madido di sudore, nel mio letto e con la coda dell’occhio mi parve di vedere un’ombra furtiva uscire con la rapidità di un lampo dalla finestra spalancata.<br />Mi girai, ma non vidi nulla.<br />Mia moglie si svegliò a questo mio scatto e mi chiese cosa fosse successo.<br />Le dissi di continuare a dormire e di non preoccuparsi.<br />La mattina successiva, però, mi svegliai febbricitante. Mia moglie chiamò subito il dottore del villaggio vicino che mi visitò in mattinata.<br />Stava per liquidare la faccenda adducendo come motivo l’influenza che aveva colpito quella parte del paese, quando visitandomi vide qualcosa che lo fece impallidire.<br />Mi chiese se fosse successo qualcosa di strano negli ultimi giorni, ma non trovai niente da dirgli, se non l’incubo che mi aveva tormentato la notte precedente.<br />Mi prescrisse un infuso di erbe e si preparò ad andarsene.<br />-Tornerò presto- disse uscendo.<br />Lo vedemmo la mattina successiva. Io mi sentivo debolissimo e prossimo alla morte. La cura che mi aveva prescritto, evidentemente, non dava gli effetti sperati o, come capii in seguito, era solamente un placebo per non farmi preoccupare.<br />Entrò insieme ad un robusto cacciatore del suo villaggio, che conoscevo di vista, avendo partecipato a battute di caccia o di ricerca con lui e i suoi compagni.<br />Tutti e due erano provati e stanchi, come reduci da una notte di veglia.<br />Subito dopo entrò anche un prete, che cominciò a vestire i paramenti sacri.<br />Il dottore fece uscire mia moglie e mi aiutò a spogliarmi.<br />Mi stese sul letto, prese una capiente fiasca che era legata al suo fianco e la stappò. Un odore penetrante si diffuse nella stanza. Conoscevo quell’odore: era sangue, ma nello stato in cui mi trovavo non riuscivo ad opporre resistenza ne’ tantomeno a fare domande.<br />Il cacciatore, di cui non ricordavo il nome, lo assistette per tutto il tempo. I due uomini mi cosparsero da capo a piedi di quella sostanza che ormai ero sicuro fosse sangue.<br />Al contatto con esso, il mio corpo reagiva in maniera contrastante: da una parte era come se quel contatto mi provocasse una forte reazione di repulsione, ma dall’altro lo accoglieva come una liberazione.<br />Il prete aveva cominciato una litania che riuscivo appena a percepire, senza capire cosa fosse.<br />Non so quanto durò quella cerimonia; mia moglie in seguito mi disse che fu più di un’ora dopo che le permisero di entrare.<br />Prima però, fui ripulito con l’acqua, evidentemente per non far preoccupare inutilmente la donna.<br />Le uniche raccomandazioni che il dottore fece a mia moglie furono che avrei dovuto riposare per almeno una settimana, ma che sarebbe tornato tutte le mattine per accertarsi personalmente delle mie condizioni, che ero ormai fuori pericolo e che sarebbe stato meglio non dire in giro cosa fosse successo in quei giorni, per evitare le chiacchiere dei paesani.<br />Lei obbedì, senza capire cosa fosse successo realmente.<br />La settimana trascorse tranquillamente e già al quinto giorno mi sentivo bene, forte come un toro, ma seguii ugualmente la prescrizione del medico ed egli, visitandomi l’ultimo giorno, mi disse che il pericolo era definitivamente scongiurato.<br />Lo ringraziai e avrei voluto pagarlo per le cure ricevute, ma egli rifiutò dicendo che il risultato, in un caso come questo, valeva già come ricompensa.<br />Ammetto che non capii questo atteggiamento, ma non insistetti, anche perché in quel periodo non navigavo certo nell’oro.<br />-Ma cosa c’entra questo?- chiesi al mio ospite, che mi ascoltava assorto. â€"Perché devo leggere il resoconto medico di questo poveretto?-<br />-Prosegui…- mi esortò â€"…capirai…-<br />Ripresi la lettura dal punto in cui mi ero interrotto.<br />La mia vita ricominciò normalmente, mi recavo al lavoro, e mi sentivo piuttosto in forze, anche se già dai primi giorni avevo notato di avere sempre meno bisogno di dormire, durante la notte. Questo fenomeno si accentuò nelle settimane successive, fino ad assumere i contorni di un’insonnia cronica e persistente. Quello che mi tranquillizzava era che non ne risentivo affatto durante la giornata e quindi catalogai il fenomeno come una stranezza fastidiosa ma di certo non nociva.<br />Durante la notte cominciai a leggere, anche se mia moglie insisteva che avrei dovuto almeno provare a dormire. Le dissi di non preoccuparsi e quando dichiarò di voler richiamare il dottore , le dissi di non farlo, perché comunque stavo bene di salute e la convinsi che prima o poi questa faccenda si sarebbe risolta da sola.<br />Lei obbedì, ma forse avrei dovuto ascoltarla: forse mi sarei evitato gli orrori che seguirono. Ma non credo: da quella notte la mia vita era segnata ed ora, in punto di morte, spero che almeno la mia anima si possa salvare.<br />Fu in questo periodo che ebbi il mio primo e unico figlio. <br />Di mia moglie posso solo dire che mi fu vicina finché poté, perché circa due mesi dopo la nascita del bambino, ossia circa un anno dopo quella malaugurata notte, ella morì, precipitando in una scarpata mentre si recava verso i pascoli alti con le poche capre che possedevamo.<br />A seguito di questi fatti e della mia palese stranezza agli occhi dei paesani, il bambino mi fu tolto e fu affidato ad una lontana cugina di mia moglie, che abitava in una città a centocinquanta chilometri dal mio villaggio, e da quel momento non ebbi più sue notizie.<br />Anche questo fatto, unito al lutto che avevo subìto, non produsse in me quell’emozione che mi sarei aspettato. In quell’ultimo periodo, infatti, avevo progressivamente perduto la normale sensibilità umana e un senso di distacco e quasi di trascendenza aveva pervaso tutto il mio spirito.<br />Mangiavo pochissimo e dopo la morte di mia moglie scoprii che potevo sopravvivere anche non mangiando affatto.<br />Il mio aspetto diventava di giorno in giorno più cadaverico, ma in quello stato di perenne trance la cosa non mi preoccupava per niente, poiché sapevo che non rischiavo affatto di morire.<br />Mi sentivo completamente estraneo al resto della popolazione umana e stavo quasi sempre rinchiuso in casa, uscendo solo di notte per fare una passeggiata nel bosco, poiché avevo cominciato a mal tollerare la luce diretta del sole diurno.<br />Racconterò cosa mi ha portato fino a questo punto, ora che dal mio letto di morte scrivo queste ultime pagine. Non so se qualcuno crederà mai alle mie parole, ma posso assicurarvi che è tutto vero, ed io, almeno alla fine, sono tornato nel pieno possesso delle mie facoltà.<br />La mia mente vacilla a ripensare a ciò che ho fatto sotto l’influsso malefico dell’incantesimo che mi aveva avvinto, ma dopo la mia morte, se Dio avrà pietà della mia anima, potrò riposare e dimenticare questi orrori per l’eternità.<br />Il naturale bisogno di sonno non tornò mai più, ma cominciai ad avvertire uno stimolo diverso. La notte non riuscivo più a concentrarmi nella lettura e giravo per la casa deserta tormentandomi per capire di cosa avessi un bisogno così disperato.<br />Finché un malaugurato giorno lo scoprii.<br />Era notte fonda, e mi aggiravo come uno spettro nel folto del bosco che separava la mia casa dal villaggio vicino, incurante dei pericoli a cui mi esponevo girando di notte, da solo, nella foresta. Qualsiasi animale avrebbe potuto attaccarmi e ridurmi in pezzi, ma la cosa non mi interessava. Io mi sentivo come l’unico vero predatore di quel bosco.<br />Ad un certo punto sentii un urlo strozzato. Mi diressi verso l’origine di quel suono, e vidi un uomo avvolto da un pastrano nero estrarre la lama del proprio pugnale dal torace di una seconda persona che giaceva riversa al suolo, guardando con gli occhi sbarrati dalla morte nella mia direzione.<br />L’assassino, intento a ripulire la lama, non mi vide finché non fui ad una ventina di passi da lui. Con la sua corporatura e la sua ferocia avrebbe potuto ridurmi come l’uomo disteso a terra, senza alcuno sforzo, ma quando mi vide emise un urlo inumano e corse via, lasciando la propria vittima dove l’aveva uccisa pochi attimi prima.<br />Non capii il motivo di quella fuga e la attribuii  al mio aspetto che diventava più emaciato e pallido di giorno in giorno, senza che però io ne risentissi minimamente.<br />Mi chinai sul corpo per vedere chi fosse quel poveretto e in quella posizione, osservando la ferita in corrispondenza del cuore, capii che doveva essere morto immediatamente.<br />Sentii montare dentro di me un impulso irresistibile, alla vista del sangue che continuava a sgorgare dalla ferita aperta, e fu allora che persi completamente il lume della ragione.<br />Mi avventai come un animale su quel povero corpo e ne bevvi avidamente il sangue. Poi, ancora in preda a quel desiderio diabolico, lo squartai con le mani nude per assaporarne ancora.<br />Non so quanto durò quel banchetto infernale, ma rientrai a casa alle prime luci dell’alba. Ero completamente ricoperto di sangue, come mi ridussero quel giorno il dottore e l’altro uomo per guarirmi.<br />Non capivo perché l’avessero fatto ed ora che il furore era svanito, volevo cercare di capire cosa fosse successo in realtà.<br />Il giorno successivo trascorse in questo tormento, attendendo che il sole calasse, poiché ero arrivato al punto di non sopportare la vista della luce diurna senza provare un intenso dolore.<br />Notai però un radicale cambiamento nel mio aspetto quando mi guardai nello specchio: al posto del volto scavato e cadaverico che avevo visto negli ultimi mesi, vidi un volto florido e rubicondo, quale non avevo mai avuto neanche nei momenti di maggior prosperità.<br />Questa scoperta mi atterrì, insieme alla consapevolezza che ero uscito da quella specie di trance in cui ero caduto assumendo ora un atteggiamento assai più risoluto e sprezzante.<br />Scese la notte e mi azzardai ad uscire da casa. Avevo intenzione di percorrere la strada maestra per arrivare al paese, fino alla casa del dottore, che avrebbe dovuto darmi le spiegazioni che cercavo. Ero convinto che quello strano rito, di cui mi avevano tenuto nascosto il significato, racchiudesse invece un terribile segreto.<br />Ero sicuro che se qualcuno mi avesse incontrato quella notte, avrebbe visto solo un normale viandante, e niente di più. Ormai il mio aspetto era tornato quello di un tempo (ma a quale prezzo…).<br />Arrivai davanti alla casa del dottore senza incontrare anima viva. D’altra parte erano le dieci di sera e tutte le persone dabbene erano rinchiuse nelle loro case a dire le orazioni prima di coricarsi.<br />Bussai tre o quattro volte prima che mi fosse aperto. Il dottore si mostrò stupito di vedermi a quell’ora tarda, ma mi fece comunque entrare.<br />Non persi tempo in preamboli. Domandai subito cosa mi fosse successo quel giorno maledetto.<br />Il dottore si sentì a disagio. Evidentemente non voleva parlare, ma, come scoprii in quell’occasione,  il radicale cambiamento del mio carattere mi aveva portato un altro dono diabolico.<br />Sentii la mente del dottore piegarsi come un ramo di salice sotto la pressione tremenda della mia volontà. Sapevo che avrei potuto spezzarlo a mio piacimento, quando avessi voluto. Ma non era ancora il momento.<br />Ad un certo punto le sue difese crollarono e cominciò a raccontarmi tutto dall’inizio.<br />Mi raccontò che visitandomi aveva visto due minuscoli segni sul mio collo, come due punture distanti circa un paio di centimetri l’una dall’altra, e per quel motivo, insospettito, mi chiese se fosse successo qualcosa di strano nei giorni precedenti.<br />Quando poi gli raccontai del sogno del bambino, non ebbe più dubbi, andò a chiamare il cacciatore che lo accompagnava quel giorno ed insieme si recarono al cimitero.<br />La descrizione che feci del bambino era tale e quale al povero figlio di un taglialegna del villaggio, morto due mesi dopo la nascita senza che il medico avesse potuto spiegarsi il motivo.<br />Fu sicuro che si trattasse di lui, che tornava dalla tomba per dare la morte nel modo in cui qualcuno l’aveva data a lui. Era tornato come un vampiro.<br />Vegliarono per metà della notte, e finalmente lo videro tornare verso la sua piccola tomba. Fu allora che lo catturarono e lo decapitarono all’istante prima che egli potesse reagire. In quelle condizioni, anche un bambino appena nato poteva uccidere molti uomini adulti con la propria forza demoniaca e soprattutto con i perversi poteri mentali che io stesso stavo sperimentando.<br />Dopo averlo ucciso, il dottore ne raccolse il sangue in una fiasca, poi il povero corpicino fu bruciato e le sue ceneri gettate nel torrente che costeggia il cimitero.<br />L’unico modo per salvare una persona morsa da un vampiro era quello di bagnare il suo corpo con il sangue del vampiro stesso. Ma in questo caso, la cura aveva funzionato solo in parte.<br />Il mio corpo era salvo, ma altrettanto non si poteva dire della mia anima.<br />Il resto della storia già lo conoscevo. Ma quella rivelazione mi lasciò sbalordito e confuso, tanto che allentai la presa mentale sul dottore. Egli, riacquistando il controllo di se’, si scagliò verso il camino e afferrò una grossa ascia che vi era appoggiata.<br />Ma io fui più veloce. Senza muovere un muscolo, ripresi il controllo della sua mente, bloccandolo sul posto. L’ascia gli cadde dalle mani, facendo risuonare l’impiantito di legno della casa.<br />Di fronte a quell’attacco, il mio istinto di sopravvivenza ebbe la meglio, e la potenza che profusi nella mia reazione era talmente violenta che sentii la mente del dottore spezzarsi sotto quell’irresistibile pressione.<br />Il suo corpo, già esanime, cadde a terra come un sacco vuoto. Sentivo il bisogno di altro sangue, ma fu solo il ricordo di ciò che aveva fatto per me che mi trattenne dallo straziare il suo corpo.<br />Da quel momento non ritornai più alla mia casa. Probabilmente fui dato per disperso, poiché nessuno mi vide più da quelle parti. Vivevo come un predatore notturno, dando la caccia agli animali durante la notte, mentre durante il giorno stavo rintanato in un anfratto buio e umido, poiché la mia intolleranza alla luce del sole cresceva giorno dopo giorno.<br />A dire il vero il sangue degli animali aveva un cattivo sapore, se confrontato con quello degli uomini, ma quel barlume di umanità che ancora abitava in me mi impediva di cacciare i miei simili.<br />Inoltre la mia capacità di caccia si era affinata in modo innaturale. Potevo vedere nell’oscurità  della notte, udire suoni molto fievoli, correre e spiccare salti in maniera incredibile.<br />Credo fossero passati mesi, forse più di un anno da quando avevo cominciato questa vita; ormai stava per verificarsi l’evento pose fine a questa maledizione.<br />Una notte, ero intento come al solito alla caccia, quando sentii un urlo di donna a qualche centinaio di metri da me. Corsi più veloce che potei verso quel punto e allora vidi uno spettacolo che mi gelò il sangue.<br />Accanto alla ragazza, svenuta a terra, non vi era un uomo, ma un essere che ne aveva conservato solamente l’aspetto fisico. Era qualcosa di peggiore persino dell’abominio che io stesso ero diventato, poiché egli era un vero vampiro.<br />Al suo confronto, io mi figurai di essere un punto intermedio tra l’umanità della ragazza stesa a terra e quel diabolico essere che non era vivo, ma neppure morto, e che calpestava il terreno facendo affronto alle regole che la Natura deve seguire nel suo ciclo vitale.<br />Mi scagliai su di lui e subito mi resi conto che la sua forza era molto maggiore della mia, ma ciononostante lo combattei con tutte le risorse a mia disposizione. Sentivo la pressione mentale che quell’essere esercitava su di me: mi raggiungeva in ondate irresistibili, ma io le ribattevo colpo su colpo, concentrandomi solo sulla lotta fisica.<br />Mi salvai solamente perché egli riconobbe in me un suo simile, se mai si può parlare così di una creatura infernale, e per questo ebbe un attimo di esitazione.<br />Caricai tutte le mie forze in un ultimo, disperato tentativo di sopraffarlo. Lo aggirai, tenendo un braccio sotto il suo collo, e da questa posizione, facendo leva con entrambe le braccia in un rapido guizzo di forza bruta, staccai il collo dalle robuste spalle che lo sostenevano.<br />Il corpo si accasciò contro di me ed il suo sangue immondo mi inondò completamente.<br />Presi tra le braccia la ragazza e la deposi sul ciglio della strada, a circa un chilometro da lì. Speravo che non ricordasse niente di quello che poteva aver visto quella notte, e comunque ero sicuro che la sua candida carne non fosse stata violata.<br />Poco alla volta sentii riaffiorare tutti i sentimenti umani che un tempo mi erano familiari, la compassione e la pietà, insieme ad un senso di debolezza che mi pervadeva. Ciononostante tornai sul luogo della battaglia. Sapevo che cosa era necessario fare. Costruii una pira con alcune fascine di legna, vi deposi il corpo del vampiro ucciso e lo bruciai. Guardai quel falò estinguersi pian piano, poi dispersi le ceneri nel bosco. Durante questa attesa, vidi ad oriente le prime striature dell’aurora imminente. Sapevo cosa mi avrebbe provocato la luce solare, ma lo stesso non mi mossi. Ero troppo stanco e non m’importava di morire. Speravo che la morte avrebbe posto fine a quel tormento.<br />I primi raggi d’oro fecero capolino fra le montagne ma a quel punto, esausto, mi addormentai.<br />Al mio risveglio, ero ricoperto di luce solare, solo in parte schermata dai rami soprastanti. Con mio estremo stupore, mi accorsi che potevo tollerare la luce e che, anzi, mi dava una piacevole sensazione di calore, che non avevo più provato da tempo.<br />Mi girai e al mio fianco trovai la ragazza che avevo salvato la notte precedente.<br />Fu lei a portarmi qui, nella sua casa, dove ora le sto dettando le mie ultime memorie, insieme al padre, che ha avuto la bontà di ospitarmi nella sua casa.<br />E’ stato lui a raccontarmi che quell’essere bestiale era stato la causa della morte di un bambino appena neonato, circa un anno e mezzo prima.<br />Riflettei che forse avevo ucciso la fonte della mia dannazione, ed evidentemente il bambino era lo stesso che mi aveva morso tanto tempo prima.<br />Se ripenso alle atrocità che ho commesso, alla morte del dottore e alla mia vita come animale selvatico, provo una sensazione di ripugnanza e di distacco, come se tutte quelle azioni fossero state compiute da qualcun altro, e non da me.<br />Mi sento estremamente stanco. La morte, quando giungerà, porterà con se’ un essere umano, e non una nera creatura infernale quale stavo diventando.<br />Ora voglio dormire, spero che al mio risveglio le forze mi siano tornate.<br /><br />3. Epilogo<br />-Qui il diario finisce. E’ uno scherzo?- chiesi ad A.<br />-No, non lo è- rispose pacato.<br />Ormai la notte era al suo culmine. Il vento non aveva ancora smesso di soffiare fuori dalle imposte.<br />-Ma cosa c’entra tutto questo con te?<br />-Vedi, ho comprato questa casa perché era la proprietà dell’antica famiglia che ospitò quello sfortunato uomo del racconto.<br />-Non è possibile… Mi stai prendendo in giro. Il racconto che ho letto non può essere vero. Deve essere il vaneggiamento di un pazzo in punto di morte. Mi rifiuto di credere che sia una storia vera.<br />Una raffica più violenta delle altre mi fece sobbalzare.<br />-Ma non ti ho detto ancora tutto.<br />Attesi incuriosito.<br />-Il protagonista della storia era un mio antenato. Capisci? C’è una discendenza diretta tra lui e me, una specie di strada dritta che ci collega.<br />-Non può essere!- dissi seccamente.<br />-Vedi, il figlio che fu tolto al mio trisavolo per essere affidato alle cure della cugina fu concepito nel periodo successivo al momento in cui egli fu contagiato dal vampiro.<br />-Ma lui non diventò un vampiro. Almeno, non completamente…<br />-E’ vero, infatti ebbe anche la possibilità di riscattarsi, cosa che non possono fare i vampiri veri, che sono a tutti gli effetti dei non-morti.<br />-Cosa vorresti dirmi, con tutto questo discorso?<br />-Vedi, nel corso delle generazioni gli effetti del contagio si sono molto affievoliti, ma non sono del tutto scomparsi.<br />-Vorresti dire che tu hai l’abitudine di bere sangue?<br />Il mio ospite rise sommessamente.<br />-No, certo che no. Però la parte mentale di quei poteri diciamo, si è tramandata di generazione in generazione, mentre gli altri aspetti demoniaci si sono affievoliti fino a scomparire. La mia è la settima generazione da quella del mio antenato e, se vogliamo vederla in modo mistico, diciamo che questi poteri sono la ricompensa elargita alle generazioni successive per compensare il tormento che quel pover’uomo dovette subire.<br />-Spiegati meglio.<br />-Hmm, diciamo che un semplice agente di commercio non potrebbe permettersi una casa così, se non avesse “qualcosa in più”. Mi è bastato dare qualche “spinta” alle persone giuste per avviarle nella direzione a me più favorevole. Tutto questo passa inosservato, se sono decisioni plausibili come un aumento di stipendio o la convinzione di firmare un contratto con me. Se un giorno dovessero ripensare profondamente al perché di certe scelte, probabilmente attribuirebbero queste stranezze all’incertezza del momento. Nessuno tranne te conosce la verità.<br />Un senso di orrore mi assalì. Quei fatti contro natura non erano una ricompensa, ma lo strascico della maledizione che incombeva sul mio amico e sulla sua famiglia.<br />Non ricordo precisamente cosa successe dopo, ma mi alzai in preda al panico dalla poltrona e uscii nella notte, mentre il mio amico mi guardava, stupito del mio comportamento.<br />Corsi a perdifiato per non so quanto tempo, finché vidi le luci di un villaggio. Entrai in una locanda e il mattino dopo partii con il treno verso casa mia.<br />Da quella volta non vidi più A., ne’ ho intenzione di contattarlo in futuro.<br />C’è un particolare che ho taciuto, ma senza il quale non si può spiegare cosa mi spinse a fuggire da quella casa in piena notte sfidando il bosco e il vento furibondo che soffiava.<br />Fu un attimo solo, quando A., probabilmente per convincermi della verità del racconto, esercitò sulla mia mente quel potere di cui mi stava parlando. Non posso spiegare cosa provai sotto quell’influsso, ma a differenza delle sue ignare “vittime”, io ero a conoscenza della natura di quel potere, e di conseguenza riuscii a vedere chiaramente le diaboliche forze che glielo avevano concesso. Non le vidi nel senso comune del termine, ma percepii qualcosa di informe e orrendo, che posso descrivere solo come qualcosa di vischioso e freddo, che cercava di impadronirsi del mio corpo e, ora ne sono sicuro, soprattutto della mia anima. Forse, se non fossi fuggito, ora non potrei scrivere questa storia, per mettere in guardia altri che, come me, potrebbero trovarsi di fronte ad un pericolo mortale come quello che ho raccontato. Si, sono certo che i vampiri non siano spariti, ma che abbiano trovato modi più raffinati di catturare le loro prede.<br />Questo è il mio ultimo manoscritto, sento che non ne avrò ancora per molto.<br />Da qualche notte faccio strani sogni, e sento mille occhi che mi spiano dalle finestre di casa, dopo il tramonto.<br />Ora sono nello studio, è calata la sera e un vento gelido soffia intorno alla mia casa, sussurrando cose innominabili.<br />Però le porte e le finestre sono tutte sbarrate, ed io so esattamente cosa devo fare.<br />Nel cassetto ho un revolver e sei colpi, ma se il coraggio non mi tradisce all’ultimo istante, ne userò solamente uno.<br /><br />Che Dio abbia pietà della mia anima.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2249"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2249</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2249</guid><category>racconto</category><pubDate>ven, 28 set 2007 17:17:27 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Dove sono?</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/quietstorm">Fabrizio Piazza</a></strong></p><p>Questa era l’unica domanda che riuscivo a formulare con chiarezza nella mia mente. Non era molto, certo, ma era comunque un punto di partenza.<br />Cominciamo con le cose semplici: proviamo ad aprire gli occhi…<br />Mossi le palpebre, pesanti come il piombo, e dopo alcuni istanti un’immagine sfuocata cominciò a delinearsi di fronte a me.<br />Era buio… confortante, no?!?<br />Ma non proprio buio assoluto, tanto che potevo distinguere alcuni punti luminosi davanti ai miei occhi, in lontananza.<br />“Sono stelle!” sentenziai “Devo essere all’aperto, allora… e sdraiato sulla schiena.”<br />Lentamente la mia coscienza stava riprendendo il sopravvento e potevo ricominciare a controllare il mio corpo.<br />Provai a spostare il braccio destro, per fare leva e sollevarmi a sedere, ma questo ancora non ne voleva sapere di muoversi al mio comando. Tutto quello che riuscii a fargli fare fu un leggero tremolio incontrollato.<br />Richiusi gli occhi e persi coscienza per qualche tempo. Se fossero passati minuti, ore o giorni non avrei saputo dirlo, ma quando riaprii gli occhi era ancora buio.<br />Le stelle sopra di me brillavano fra alcune macchie scure che pensai fossero nuvole. Raccolsi tutte le mie forze e mi concentrai sui movimenti che avrei dovuto compiere per togliermi da quella fastidiosa situazione di stallo, poi in rapida successione mossi il braccio e con sufficiente forza lo usai come leva per girarmi parzialmente su di un fianco. Guadagnata la posizione seduta, riuscii a muovere le gambe fino a puntare un ginocchio a terra e infine (non ci avrei mai sperato in quella situazione) mi alzai.<br />Mi tastai le braccia per assicurarmi di non avere ferite o dolori, poi esaminai la testa e l’addome e infine le gambe, ma a parte un generale stato di confusione, mi rassicurai nel constatare di non avere nulla di rotto, o così pareva. Nulla tranne un ronzio che persisteva ancora nella mia testa e che stavo cercando di eliminare per riacquistare il pieno controllo di me stesso.<br />Cosa era successo?<br />Finalmente! Una nuova domanda! Allora il mio cervello funziona ancora… vediamo.<br />Girai la testa e alla mia destra vidi una sagoma scura. Mi avvicinai, non senza sforzo, verso di essa e vidi che si trattava di un’auto. Della mia auto! Incidentata, per di più.<br />Il muso era completamente distrutto per l’impatto contro un platano che, evidentemente, aveva più ragioni per rimanere ben saldo al terreno che di cedermi il passo.<br />Girai intorno alla vettura, cercando di scrutare l’interno, ma la notte senza luna non mi aiutava nella mia esplorazione. I fari si erano completamente distrutti nell’impatto e l’unica luce ancora funzionante era una fioca lampadina di posizione. “Farebbe più luce una candela votiva!” mi venne da pensare con disappunto.<br />Cercai di guardare l’orologio, ma non si accendeva. Evidentemente nell’impatto si era rotto. Cercai infine il cellulare nella tasca interna della giacca, ma non lo trovai.<br />Comunque fosse, mi sentivo un po’ meglio. L’aria fresca della notte mi stava restituendo vigore e allora guardai oltre la carcassa dell’auto per rendermi conto di dove fossi.<br />In campagna, non c’è dubbio. Forse tra poco riuscirò a ricordare anche il motivo della mia presenza qui. E anche qualcosa di quel che mi era capitato, ovviamente! Se da una parte era chiaro che avevo avuto un incidente (e per giunta grave, anche se per fortuna lo era stato più per l’auto che per me), d’altro canto non avevo nessun ricordo della dinamica dei fatti. Ricordai di aver sentito che in situazioni traumatiche il cervello tende a rimuovere temporaneamente i ricordi relativi a questi fatti.<br />Pensai comunque che dovevo essere riuscito a saltare dall’auto prima dell’impatto, evitando così conseguenze ben più gravi.<br />Quello che mi confortava, in fondo, era di essere lì in piedi e in salute a contemplare i poveri resti della mia automobile.<br />Poi di colpo ricordai anche che mi mancavano ancora una trentina di rate per finire di pagarla e questo pensiero mi seccò non poco.<br />Ma pazienza, rimedieremo a tutto, una volta tornati a casa.<br />A casa, già, ma dove?<br />Evidentemente la memoria faceva ancora le bizze. Memoria selettiva, la chiamano. Memoria capricciosa direi, piuttosto! “Va bene, manteniamo la calma” mi dissi “è passata solo una decina di minuti da quando mi sono rialzato, è normale che sia in stato confusionale. Dico, ma hai visto che botto? Devo ringraziare di essere ancora vivo!”<br />Mentre pensavo a queste cose, vidi una luce in lontananza, al di là di un campo di frumento. Guardando meglio, vidi l’ingresso di una fattoria e appena nascosta da una costruzione di legno (penso fosse il fienile) si intravedeva una casa di mattoni a due piani, sopra la cui porta brillava abbastanza fiocamente una lampadina dalla luce giallognola.<br />Confortato da un segno di presenza umana, camminai sulla strada fino ad incrociare il viale di accesso della fattoria.<br />Mi ci vollero pochi minuti per varcare il cancello, poi udii due cani abbaiare dal lato della casa. Che stupido! Non avevo pensato ai cani, ma loro si erano sicuramente accorti della mia presenza. Non volevo essere attaccato da quelle bestie, ma non volevo nemmeno allarmare il padrone di casa.<br />Aspettai a ridosso del cancello esterno per vedere se i cani sarebbero arrivati a darmi il “benvenuto”, ma passò più di un minuto e non li vidi arrivare, quindi dedussi che i cani dovevano essere legati nei pressi della casa.<br />Mi avvicinai con cautela e girato l’angolo li vidi. Erano effettivamente assicurati ad un cavo teso dalla casa al fienile tramite una robusta catena, che permetteva loro di muoversi entro un rettangolo lungo una decina di metri e largo due o tre metri solamente. Ringraziai la provvidenziale avvedutezza del loro padrone e mi diressi verso l’ingresso della casa, dalla parte opposta.<br />Ero ancora diversi metri al di fuori della zona di luce giallastra proiettata dalla lampadina, quando vidi la porta aprirsi ed un uomo sporgersi cautamente scrutando nel buio della notte. Stavo per dare un segnale della mia presenza, ma dopo un attimo notai che tra le mani stringeva un vecchio fucile da caccia che (lo dedussi dall’espressione decisa e spaventata che gli leggevo in viso) sicuramente era carico.<br />Un uomo con un fucile che trova nella sua proprietà uno estraneo nascosto nel buio… beh, è una gran brutta equazione da risolvere!<br />Così mi accucciai dietro l’angolo e attesi che rientrasse, sperando di non essere visto.<br />Sentii l’uomo gridare ai cani di stare zitti, il rumore della porta che si apriva, poi quello di passi lenti e cauti diretti verso di me.<br />Cosa mi era saltato in mente! Cacciarmi in un guaio simile di notte e per di più senza essere in grado di dare spiegazioni soddisfacenti del perché fossi lì… sempre se mi fosse stato concesso di parlare prima di ricevere una rosa di pallettoni dritti nel petto.<br />Scacciai quel pensiero dalla mente. Mi feci piccolo e trattenni il fiato, quando vidi l’ombra dell’uomo entrare nella mia visuale. Lui, quindi, doveva essere a non più di un paio di metri da me.<br />Ancora passi. Mi sembrava che camminasse al rallentatore, come in quegli incubi in cui ogni azione pare durare in eterno.<br />Invece, dopo pochi secondi, vidi la sagoma scura dell’uomo stagliata contro lo sfondo luminoso. Lo vidi girarsi verso i cani, e quindi in parte anche verso di me.<br />Fu un secondo veramente eterno… Io e i cani eravamo quasi allineati, e in quella posizione anche alti più o meno uguali. Sapevo che se si fosse girato completamente verso di loro non avrebbe potuto non vedere anche me.<br />Così fece. Si girò… strinse gli occhi per acuire la visione e…<br />Mi sembrò che un brivido lo percorresse nel momento stesso in cui mi stava così vicino.<br />Urlò di nuovo ai cani di stare zitti. Poi si girò e, abbassato il fucile tornò verso casa, abbandonandomi nel mio buio rifugio ormai diventato sicuro.<br />“Che fortuna!” pensai “Evidentemente i suoi occhi non si erano ancora abituati al buio. E anche che non avesse una torcia con sé!”.<br />Attesi di sentire la porta richiudersi, poi mi ci volle almeno un intero minuto prima di costringermi ad alzarmi da quella scomoda posizione.<br />Pensai che sarebbe stato meglio andarsene, ma dove? Optai per passare la notte nel fienile; con la luce del giorno sarebbe stato più facile mostrarsi agli occhi del padrone di casa e farsi aiutare senza rimediare una fucilata.<br />Mi diressi verso la grande porta del fienile, scostai il fermo di legno e fui sollevato nel vedere che non c’erano altri catenacci ad impedirne l’accesso.<br />Entrai e, a tastoni, trovai un angolo in cui un po’ di paglia mi avrebbe fatto da materasso fino al mattino successivo. Non sapevo quante ore mancassero all’alba, ma non c’era nessun chiarore all’orizzonte, quindi la notte doveva essere ancora lunga.<br />Mi sistemai alla bell’e meglio, chiusi gli occhi e mi addormentai istantaneamente, credo, perché non ho alcun ricordo fino al mattino successivo.<br />Fui svegliato dal vocio di due ragazzini che correvano davanti al fienile. Il sole era ancora basso sull’orizzonte e non riuscivo a capire che cosa stessero dicendo.<br />Quel che era certo era che erano molto eccitati e chiamavano il padre perché uscisse di casa.<br />Mi avvicinai alla grande porta e uscii di soppiatto dal fienile. Lì, riparato dietro l’angolo vidi due ragazzini di dieci o dodici anni che parlavano gesticolando col padre.<br />Cominciai a capire di cosa stessero parlando così animatamente.<br />Un incidente.<br />“Beh, è ovvio” mi dissi “devono aver trovato la mia macchina distrutta.”<br />E ancora le voci parlavano, descrivendo la strada, il platano, la vettura.<br />“E’ appena arrivata l’ambulanza” disse quello che mi sembrava il più grande dei due.<br />Ambulanza?!? Immediatamente mi resi conto che nell’incidente potevo aver investito qualche passante incolpevole, e averlo abbandonato sulla strada, senza nemmeno vederlo nel buio della notte.<br />“Come sta?” chiese il padre “E’ morto verso l’una e mezza, ma lo hanno trovato i nostri vicini solo pochi minuti fa, mentre andavano al mercato del paese.”<br />Udendo quelle parole, mi pervase un terribile senso di colpa; allora, senza farmi scorgere e correndo dietro il fienile, attraversai il campo che mi separava dalla strada e, col cuore in gola, vidi il carro attrezzi che stava agganciando l’auto e due infermieri che stavano caricando sull’ambulanza una lettiga coperta da un lenzuolo bianco.<br />Mi avvicinai, ma nessuno faceva caso a me. Mentre gli infermieri stavano per caricare la lettiga, il dottore si avvicinò e scoprì il viso della vittima.<br />Fu in quel momento che vidi il vero volto della Morte.<br />Vidi il mio stesso volto che mi guardava impietoso come una sentenza senza appello.<br />E tutto nella mia mente fu chiaro. Il velo dell’oblio che mi aveva celato la verità si levò istantaneamente e fui cosciente di tutta la tragedia della mia condizione.<br />Mi venne da pensare alla mia famiglia, ai miei amici, al lavoro, al mio hobby preferito… Tutto era tornato a me con tanta nitidezza che mi sembrava assurdo pensare di essere morto. Era impossibile, lo rifiutavo con tutto me stesso.<br />Capii anche perché il fattore non mi aveva visto quella notte. Ripensando agli eventi di poche ore prima mi sentivo quasi ridicolo… avevo temuto per la mia vita quando in realtà ero... assurdo, proprio assurdo!<br />E poi, tutto d’un tratto, mi resi conto di non volere più tutti questi ricordi, volevo solo andarmene, allontanarmi, fuggire verso un posto dove questa assurdità non esistesse.<br />Lentamente il mondo intorno a me divenne sbiadito come una vecchia fotografia, fino a diventare etereo, per dissolversi infine in un alone di luce bianca.<br />Non vedevo nient’altro che questa luce che permeava tutto il mio essere.<br />Mi lasciai andare ad essa, e mentre perdevo la coscienza di me ebbi solo il tempo di pormi un’ultima domanda…<br />Dove sono?</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2248"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2248</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-2248</guid><category>racconto</category><pubDate>ven, 28 set 2007 17:17:20 +0100</pubDate></item>
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