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<title>Ultime opere di   su PoesieRacconti.it</title>
<description>Le ultime opere di   pubblicate nel sito</description>
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<lastBuildDate>Wed, 26 Oct 2011 18:13:02 +0100</lastBuildDate>
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<item><title>racconto - Coincidenze</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Claudio Damiani è alla fermata dell'Autobus. Indossa scarpe da ginnastica comprate due anni prima in offerta speciale durante il periodo dei saldi. Jeans colore antracite leggermente consumati all'altezza delle ginocchia. Una T-shirt nera scolorita dai lavaggi in lavatrice con al centro una spirale che da un effetto simile al 3D. Ha ventitré anni, i capelli castani con un taglio corto stile militare. Nella tasca sinistra ha un portafoglio con dentro dieci euro, la carta d'identità e un biglietto del treno. Nella tasca davanti ha un cellulare. Non ha la patente perché gli è stata ritirata la settimana prima. Gli è stato contestato un tasso alcolemico di 0. 8. La stessa sera la sua ragazza Valentina l'ha lasciato, la scusa è stata un "momento di crisi", ma Claudio conosce perfettamente la motivazione: il nuovo coinquilino Luca, arrivato nella casa in cui Valentina vive per gli studi universitari. Nella tasca destra ha un coltello modello Benchmade - Mangus Balisong preso dalla collezione di suo fratello. Sono le nove del mattino, Claudio dovrebbe essere al lavoro. Nessuno della sua famiglia e dei suoi amici immagina che in questo momento stia salendo sull'Autobus diretto alla stazione, dove prenderà il treno delle 9, 45 che lo porterà a ottantasette chilometri di distanza dove abita Valentina.<br />Ora Claudio sta salendo sull'Autobus, saluta il conducente che risponde toccandosi il berretto con la mano, oblitera il biglietto e si siede in fondo. Prende il cellulare e prova a fare un'altra chiamata a Valentina: la venticinquesima. Gesto che ha ripetuto per tutta la notte, ma non ha avuto nessuna risposta, cosa che si ripete anche adesso. Il telefono suona a vuoto, uno squillo che si propaga nell'indifferenza. Claudio attacca e rimette il cellulare nella tasca, sente il coltello premere sulle natiche. Qualche sedile più avanti tre ragazzini stanno ridendo e prendendosi in giro a vicenda. In un altro sedile una signora sta leggendo uno squallido giornale di gossip. L'autobus si ferma, sale una madre con una bambina che non avrà più di cinque anni. L'autobus riparte, sono le 9, 17. Nello stesso momento Valentina sta urlando di piacere, e dice a Luca di non fermarsi. Non importa se il telefonino sul comodino sta vibrando per l'ennesima volta, perché quella è una chiamata che viene dal passato e il presente è troppo bello, non può essere fermato.<br />La bambina guarda Claudio e gli sorride. - Dove stai andando?- Chiede con quella vocina da bambina di cinque anni che suona esattamente come dovrebbe essere. - Sto andando dalla mia ragazza- Risponde Claudio. Sorride compiacendo la bambina, che non frena la sua curiosità. - È bella la tua fidanzata? Di che colore ha i capelli?- - È molto bella sì, ha i capelli biondi come i tuoi. Oggi le farò una sorpresa, non sa che sto andando a trovarla- La madre della bambina guarda Claudio - Mi scusi- dice - mia figlia ha il brutto vizio di fare domande a tutti- - Oh non c'è problema- Dice Claudio. L'autobus si ferma di nuovo. La madre e la bambina si alzano per scendere. La piccola saluta Claudio con la mano, Claudio risponde sorridendole. Sono le 9, 29. Prima che le porte dell'autobus si chiudano la madre e la bambina risalgono. - Che stupida che sono, pensavo che fosse questa la fermata della stazione.- Dice la madre, rivolgendosi a Claudio. - Sono cose che capitano.- dice Claudio.<br />Esattamente cinque minuti dopo i piedi di Claudio calpestano il suolo del parcheggio della stazione. L'aria novembrina lo avvolge procurandogli un brivido che gli attraversa tutto il corpo. S'incammina verso l'entrata e, a ogni passo, il coltello si muove leggermente dentro la tasca dei pantaloni. Sente la forma di quell'arma, la sente entrare in lui come se stessero per diventare una sola cosa. Il coltello diventerà un prolungamento della sua mano, prenderà possesso delle sue facoltà mentali permettendogli di affondare colpi su i due ragazzi. Il sangue di quei due corpi schizzerà sul volto di Claudio che non si fermerà, continuerà ad affondare fendenti taglienti fin quando di quei due non rimarrà nient'altro che un'immagine macabra. Una fotografia per la sezione omicidi della polizia da archiviare assieme a tutte le altre. I due diventeranno una storia da cronaca nera, diventeranno la notizia del giorno. Giornalisti faranno a gara per intervistare i familiari, le emittenti televisive manderanno i loro sgherri a circondare le case dei genitori. Lacrime in diretta saranno versate per soddisfare la voglia di sofferenza della gente. La dose di tragedia quotidiana sarà iniettata nelle pupille del popolo.<br />Sono le 9, 44. Claudio sta aspettando il treno che arriverà un minuto dopo. La voce preregistrata dice - Allontanarsi dalla linea gialla, treno in arrivo- Il cielo sopra i binari è di un bianco silenzioso quasi religioso. Dal sottopassaggio spuntano la madre e la bambina, nello stesso momento un ragazzo con il capo coperto dal cappuccio della felpa sta correndo e sbuca alle loro spalle, afferra la borsa della madre e si scontra con la bambina che cade a terra. Il ragazzo rimane in piedi ma ha un equilibrio precario e incrocia Claudio nella sua traiettoria colpendolo in pieno. Claudio viene sbilanciato e si ritrova a cadere di schiena sopra i binari, facendo in tempo a osservare il treno che si schianta contro la sua faccia.<br /><br />Un'ora dopo Valentina non si è ancora alzata, sta facendo sesso con Luca. Ancora. Ogni volta che Luca le entra dentro, pensa che Claudio non l'abbia mai scopata così bene. La televisione è accesa, sintonizzata su un canale dove stanno trasmettendo il telegiornale, sta raccontando di una tragedia avvenuta in una stazione, ma Valentina non sente. I due ragazzi vengono nello stesso momento, si abbracciano, forse si amano.<br />Luca dice: - Stavo per andare a vivere in un'altra casa sai, poi è apparso il tuo annuncio su internet. Una casa vicino alla stazione a un prezzo così basso non avrei mai pensato di trovarla e in più con una coinquilina come te, una coincidenza proprio fortunata.<br />Valentina ride e dice: - Non sei mica uno di quelli che crede al destino e alle coincidenze? - Sì, perché tu no?- Dice Luca, prima di darle un bacio sulle labbra. - No, non ho mai creduto alle coincidenze, non esistono. - Poi Valentina si alza, nel pomeriggio avrà lezione e si deve preparare. Spegne la televisione, poi prende il telefonino e manda un messaggio a Claudio, scrive - Non cercarmi mai più.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-10022"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-10022</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-10022</guid><category>racconto</category><pubDate>dom, 31 lug 2011 02:10:58 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Questa è la tua vita</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Il problema è che ti sei dimenticato di tirare giù la tapparella della finestra. La luce ti colpisce in pieno viso ed è più fastidiosa dei versi di un gatto in calore alle quattro di mattina il giorno che hai il turno alle sei. La fortuna è dalla tua parte: è domenica. Nella tua stanza c'è un odore strano molto distante da quello che solitamente si definisce gradevole. Odore dei tuoi piedi sudati mischiato a quello di scorregge notturne, mischiato a quello di vomito, vomito che si trova esattamente alla tua sinistra perpendicolare al cuscino, nel quale altri rimasugli di sbocco sono rimasti appiccicati per accoglierti e dirti buongiorno. Chiaro! La prima cosa che fai è alzarti correre in bagno e, mentre stai rigettando un'altra volta, ti ricordi, come se non avessi abbastanza disgusto, che ieri sera hai beccato Ambra al Tube mentre infilava la lingua nella bocca di uno con cui non l'avevi mai vista prima ed è stato dopo che li hai adocchiati mentre andavano a chiudersi in bagno che hai iniziato a bere. Sei convinto che lei sia venuta al Tube proprio perché tu la vedessi e questo conferma quello che hai sempre pensato: amiamo così tanto alcune persone perche possano farci più male quando ci daranno il colpo di grazia. Guardi l'ora e sono le due del pomeriggio, vaghi flash della notte trascorsa percorrono le strade della tua mente, sono ricordi mutilati e paranoici come quelli di un reduce di guerra che si è dimenticato di prendere i suoi anti-psicotici. Vai in cucina. Il tuo coinquilino Tony è seduto al tavolo, sta guardano un video, dove una ragazza bionda è in ginocchio in una stradina di campagna, venti uomini sono riuniti intorno a lei, tutti le stanno sborrando addosso. Ha l'espressione felice, come se fosse una bambina di cinque anni che cavalca per la prima volta il suo pony.<br /><br />Tony ti guarda e indicando con il dito lo schermo dice:- Questo video è la chiara dimostrazione di come passiamo la nostra vita a creare idoli. Vogliamo prostrarci, inginocchiarci davanti a qualcuno, stare ai suoi piedi, Umiliarci è l'unico modo che abbiamo per non sentirci soli al mondo. - Beve dal bicchiere che si trova sulla tavola e dice:- Non sei d'accordo?- Apri il frigo e ti incazzi perché lui ha finito tutto il latte che ti avrebbe permesso di chetare questo tuo dopo sbronza colossale, dici:- Fanculo, hai finito il latte e smettila di menarti il cazzo davanti al PC.- Lui ti guarda, con l'espressione offesa e dice:-Ti devi sincronizzare meglio con il pianeta terra o rimarrai sempre indietro bello e, fino a prova contraria, tra i due quello che ieri sera ha scopato sono io-. Per quanto ne sai, può esserselo benissimo inventato, il fatto è che Tony sa che Ambra ti ha lasciato e ha detto questa frase soltanto perché sapeva che non avresti avuto modo di replicare. Una volta scoperto il punto debole di una persona si aspetta soltanto la prima occasione per colpire. Mentre fai una doccia, provi a masturbarti in bagno, ma l'alcol che hai assunto t'impedisce di avere un'erezione che si avvicini alla decenza. 'L'unico rimedio che hai per fartelo diventare duro è pensare ad Ambra. La stai immaginando mentre scopa con un altro, il che fa di te un vero flippato mentale.<br />Quando torni in camera, l'odore rancido del tuo vomito ti riaccoglie. Devi pulire. Devi nascondere sotto il tappeto quello che hai fatto. Devi cancellare le tracce di un'esistenza che si è esaurita. La batteria che ti faceva andare avanti fino ad ora sta rilasciando acido, acido che ti sta perforando lo stomaco.<br />Questa è la tua cazzo di vita.<br /><br />Torni in cucina a prendere uno straccio per pulire la chiazza sul pavimento della tua stanza. Tony ora sta guardando il video di un'asiatica che sta succhiando l'enorme cazzo di un cavallo e quando questo le riempie la bocca con un'ondata di sperma, Tony dice:- I bambini quando sono piccoli si portano ogni cosa alla bocca, è un istinto primario. È una necessità, una dipendenza -Vedi- dice, - Il tuo problema è che hai avuto sempre la bocca piena fino adesso e ora che Ambra ti ha lasciato, non sai più come riempirla.- Tu lo guardi con l'aria di chi non ha voglia di rispondere mentre gira lo schermo del PC verso di te.<br />Vedi la foto di una ragazza in biancheria intima, ha un corpo sodo: si chiama Gabriella. Un numero di cellulare a caratteri enormi è esattamente parallelo al suo sorriso. Tony ti guarda e dice:- Chiamala ti sentirai meglio dopo-. Rigiri il PC verso di lui facendo credere che la cosa non t'interessa, ma mentalmente hai già memorizzato il numero.- Tony dice:- Il tuo problema è che sei troppo convinto di essere migliore, ma in realtà tu sei uguale a me. La prima persona a cui menti è te stesso. - Tu sai che ha ragione, ma non saresti mai capace di ammetterlo davanti a lui.<br />Tre ore più tardi ti stai scopando a pecorina Gabriella sul letto matrimoniale del suo appartamento. Il copriletto di seta blu ti accarezza le ginocchia e per avere questi venti minuti di piacere le hai mollato duecento euro, gliene avresti dati anche il doppio se te li avesse chiesti. Gabriella fa finta di godere ogni volta che affondi il tuo cazzo dentro il suo corpo. È spagnola, continua a ripeterti: - scopami chico, scopami mucho- . Vieni. Subito dopo l'orgasmo, la solitudine si espande dentro di te come un virus e devi uscire quell'appartamento il più in fretta possibile. Hai la sensazione che le pareti di quella stanza si stiano stringendo sempre di più. Gabriella nota il tuo disagio e ti congeda in fretta con due baci sulle guance. Dice:- Ciao mio amor, tornami a trovare-.<br />Ambra ti ha lasciato perché non sei riuscito a prendere la decisione di andare a vivere insieme: è da quel momento che hai iniziato ad andare a puttane. Ti ricordi che quando ti ha mollato la prima cosa che hai pensato, è stata: finalmente sono un uomo libero. Ora sai che ti sbagliavi di grosso. Ora sai che l'unica cosa che hai guadagnato è più tempo per pensare a modi nuovi per farti del male. Tutti gli amici che avevi, prima di essere i tuoi amici, erano quelli di Ambra. Questo significa che non ci hanno pensato troppo a decidere da che parte stare.<br />Sei solo.<br />Questa è la tua vita.<br /><br />Quando torni a casa la prima cosa che fai, è prendere dal comodino affianco al letto le pastiglie di Lexotan. Vai in cucina e le butti giù con un bicchiere d'acqua. Una ti si incastra in gola e per poco non rimani soffocato. Tony ti guarda e dice:- Dovresti andarci piano con quegli ansiolitici.- È di nuovo seduto al tavolo e sta guardano l'ennesimo video: Un uomo si sta facendo spegnere mozziconi di sigaretta sui capezzoli da una donna con il volto coperto da una maschera. Tony dice:- L'unica materia che conosciamo in maniera approfondita è il dolore. L'umiliazione è la prima cosa che subiamo quando usciamo dal ventre materno, siamo nudi e in lacrime davanti a tutta quella gente. Uscendo da quel guscio ha inizio il tic tac che ci conduce alla fine, diamo il via al ritmo di morte.<br />Questa è la nostra vita.<br /><br />Alle tre notte ti ritrovi sotto l'appartamento di Ambra. Hai citofonato. Scende lo stesso tipo con cui l'hai vista al Tube. Prima di darti un pugno che probabilmente ti rompe il naso ti aveva detto di andartene, ma non l'hai ascoltato. Eri troppo ubriaco e fatto. Mentre ritorni verso casa cerchi inutilmente di farti investire dalle macchine, alla fine incroci una volante della polizia, ti portano in pronto soccorso.<br /><br />Trattamento Sanitario Obbligatorio è quello che ti aspetta. Le pareti sono bianco, su bianco, su bianco. Esseri umani psicofarmacolizzati si aggirano per le corsie del reparto. Qualcuno di loro ogni tanto ti saluta.<br />La cosa che ti fa andare veramente in paranoia è vedere Tony sul lettino a fianco che continua a guardare quei cazzo di video sul PC portatile. Non se n'è mai andato da quando sei qui. Quando l'hai fatto notare all'infermiera che è venuta a portarti i farmaci di cui ti stanno imbottendo lei, ti ha sorriso in un modo veramente strano. Quando è uscita dalla stanza Tony ti ha fatto l'occhiolino e ha detto: - Non è male vero? - e prima di farti vedere il video di uno che si schianta al suolo dopo essersi buttato dalla finestra che si trova al sesto pieno di un ospedale: il reparto psichiatrico, dice:- Ho sempre avuto un debole per le infermiere.-</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9857"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9857</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9857</guid><category>racconto</category><pubDate>lun, 04 lug 2011 21:37:32 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Porta Palazzo</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Nel silenzio della sua stanza Guido si guardava allo specchio. Aveva appena finito di pregare. Doveva prepararsi.<br /><br />Karim vendeva il fumo. Karim aveva quattordici anni. Abitava a Porta Palazzo: uno dei quartieri più famosi di Torino, ma anche uno dei più popolari e degradati. Una volta, lì, abitavano i meridionali che si erano trasferiti nella città attirati dalle possibilità che le numerose aziende torinesi davano. Erano gli anni del miracolo economico: c'era il lavoro, c'era la speranza. Ma ora loro, i meridionali, si erano spostati almeno la maggior parte, ed era diventato un quartiere più che altro popolato da immigrati extracomunitari.  <br />Karim abitava in quel quartiere da circa un anno. Karim adorava il mercato all'aperto di Porta Palazzo: era il più grande d'Europa. Lui adorava girare per le bancarelle in quel brulicare di voci ed etnie. Per lui quel momento era un rito sacro, quasi come la preghiera da recitare rivolto verso la Mecca. Quando c'era, il mercato Karim faceva dei furti. Non derubava gli italiani, aveva una sua etica. Pensava che siccome abitava in Italia, non era giusto derubare un italiano, era il suo modo di esprimere riconoscenza. Lui si divertiva a fregare i crucchi o gli inglesini: tanto stupidi da andare al mercato con orologi d'oro al polso e portafogli rigonfi di soldi e carte di credito. -Non è colpa mia se loro mi mettono sotto il naso, la loro ricchezza, poveri scemi-.  Si divertiva proprio a immaginare le loro facce incredule nell'accorgersi, che il Dio del consumismo non li aveva protetti. <br />Karim, era credente, era  musulmano. Non era come suo fratello più grande Ghafûr; lui diceva che l'uomo bianco doveva essere punito, Ghafûr era un estremista islamico. Almeno era quello che sosteneva. Continuava a ripetere che prima o poi, si sarebbe fatto esplodere in qualche locale sui Murazzi o in qualche centro commerciale. Avrebbe fatto una strage di cristiani. Karim invece non era così, era un ragazzino buono. Credeva in Allah, ma a lui non importava niente di attentati, stragi e di esplosioni. A lui piaceva stare con i ragazzi bianchi, erano suoi amici. Lo apprezzavano e lo stimavano. Lui gli vedeva il fumo, pensava: - Cazzo, se non ci fossi io tutti questi ragazzi italiani non potrebbero passare queste belle serate-.  Il fumo di Karim era di prima qualità. Lui trattava il "Super Polline". Certo, glielo doveva fare pagare un po' di più, ma lui era generoso. Non per niente si chiamava Karim, che voleva proprio dire "il generoso". A Karim piaceva tanto Alessandra, una ragazza che abitava nel suo palazzo. Era figlia di calabresi: l'unica famiglia italiana rimasta in quello stabile. Non volevano andarsene da quelle vie, a cui erano affezionati e in ogni caso, spostarsi costava troppo. Lavorava solo suo padre, sua madre si era ammalata di cancro e dovevano già spendere molti  soldi per le cure. Erano rimasti in quella casa di cui, comunque, avevano finito di pagare il mutuo stipulato alla fine degli anni Ottanta. C'erano riusciti con mille difficoltà. Ora erano orgogliosi di avercela fatta. <br />Il padre di Alessandra aveva una panetteria proprio in Corso Regina Margherita. Si chiamava Rocco. Karim ogni mattina andava da lui a compare pizzette e focacce. Karim adorava il profumo di pane caldo che si sentiva la mattina presto e poi voleva far vedere a Rocco che era un bravo ragazzo. Karim sapeva che oltre a dover conquistare il cuore di Alessandra, doveva anche conquistare quello di suo padre. Karim stava aspettando Francesco. La sera prima si erano messi d'accordo: l'appuntamento era per il giorno dopo, verso le due del pomeriggio, nei pressi della fermata di Rondò Forca, dove si fermava il tram numero tre. Era contento perché Francesco doveva fare un bel carico. - Quattro etti- gli aveva detto. Karim pensava: -Con i soldi che mi darà Francesco, potrò portare Alessandra a ballare; sì la inviterò in discoteca e le comprerò anche un bel vestito. Le comprerò quel vestito che ha visto l'altro pomeriggio, quando siamo andati a passeggiare in Via Garibaldi. <br />Karim toccava la sua panetta di fumo, mentre quel pensiero felice gli accarezzava la mente. Quando vide arrivare Francesco gli sorrise come se fosse arrivato il suo salvatore.<br /><br />Guido si era vestito in maniera elegante, impeccabile. Un completo giacca a pantalone scuro, si stava annodando la cravatta. Era fiero della sua immagine.<br /><br />Francesco comprava il fumo. Francesco aveva diciassette  anni. Era incazzato nero, perché toccava sempre a lui la fatica di andare fino a Torino a comprarlo. Francesco era di Biella: una città più piccola del buco del culo di una mosca, poco più di cinquantamila abitanti. Dove la metà delle persone soffriva di isterismo xenofobo e in l'età media, aumentava di ogni anno. Tony e Andrea gli avevano lasciato i soldi e come al solito si era dovuto arrabbiare con loro, perché erano arrivati in ritardo all'appuntamento e per poco non perdeva il treno. -Siete delle teste di cazzo! Non solo, devo andare sempre io a prendere il fumo, ma arrivate pure in ritardo. La prossima volta ci andate voi. Cazzo!-  Francesco odiava il treno: era sporco. Aveva letto un articolo in cui troneggiava il titolo: Intercity Torino-Milano i passeggeri si prendono le zecche. - Devo pure pagare, per prendermi le zecche. Siamo in Italia è così che funziona. Si era scaricato della  Psy-trance da internet e aveva riempito il suo MP3. Si era portato un libro da leggere. Era preso dalla lettura dei lavori Irvine Welsh, Trainspotting era il suo libro preferito, stava leggendo il seguito "Porno". Non riusciva a staccarsi da quelle pagine: era completamente immerso nelle vicissitudini di Renton e Sick Boy. Il suo MP3 gli sparava Psy- trance a tutto volume nelle orecchie facendogli ondeggiare la sua testa. Sembrava un serpente che ascoltava il flauto di un incantatore. Poi fantasticava sul rave che ci sarebbe stato quella sera. Lui e i suoi amici avevano organizzato tutto. Per fortuna Tony aveva già la patente, lui aveva già 18 anni, gli avrebbe portati con la sua Clio di seconda mano. Dovevano andare a Milano, nella periferia, a Lambrate per l'esattezza: nella fabbrica dove una volta facevano i pezzi per le macchine Innocenti. Poi pensava ai soldi che avrebbe guadagnato grazie al fumo che Karim  doveva vendergli, non avrebbe faticato a racimolarli in mezzo a quel rave dove i ragazzi avevano sempre una famelica voglia di sballo. Quella sera con loro sarebbe andata anche Anna. Come gli piaceva Anna: avrebbero preso qualche pasticca e dopo le ore di ballo frenetico si sarebbero appartati da qualche parte. Francesco stava proprio viaggiando con la mente, mentre leggeva il suo libro e ascoltava quella musica dai ritmi instancabili. Stava fantasticando e non si accorse nemmeno degli sguardi di quella ragazza seduta dalla parte opposta due sedili più avanti. Una di quelle ragazze un po' alternative: con i capelli rossi, un anellino al naso e una maglia, con il logo degli Afterhours, che le metteva in risalto la sua terza misura. Francesco, scese alla stazione "Porta Susa". Era molto più vicina al punto di ritrovo con Karim. Percorse un tratto di Corso Principe Oddone, aveva lo zaino e faceva caldo. Arrivò all'incrocio con Corso Regina Margherita, girò a destra, e si diresse verso la fermata Rondò Forca, dove si fermava il tram numero tre. Si accese la sigaretta che si era rollato mentre era in treno. La frenesia della grande città lo metteva un po' in apprensione. In lui c'era l'adrenalina, figlia di quel rischio che stava affrontando. Voleva risolvere la cosa in fretta. Aveva detto a Karim  quattro etti, ma alla fine era riuscito a trovare i soldi per sei. Pensava: - Sei etti di fumo nello zaino, è la prima volta che ne prendo così tanto, se mi beccano sono cazzi veri. Aveva paura e contemporaneamente si sentiva come i protagonisti dei romanzi di  Irvine Welsh. Quando vide Karim che lo stava aspettando, gli corse incontro come se avesse appena visto il suo salvatore.<br /><br />Guido aveva preso l'autobus numero  41 in Corso Casale. Dei bambini erano usciti da scuola, uno di loro gli aveva sorriso.<br /><br /><br />Alessandra, sognava. Alessandra aveva quindici anni. Sognava Londra: lei voleva andarsene da quel quartiere che le stava troppo stretto. Lei voleva volare  a Londra, dove credeva capitasse tutto prima che capitasse negli altri posti. Alessandra voleva portare a Londra la sua chitarra. Era un regalo che il padre le aveva fatto per il compleanno. Un'Ibanez economica e un piccolo amplificatore. Le piaceva andare a ballare come alle sue amiche ma diceva sempre: - Quello non è il mio mondo, a me piace il rock-. Quel giorno Alessandra poteva suonare a volume un po' più alto: i suoi genitori non erano in casa. Erano andati a Milano in un ospedale specializzato per la cura dei tumori. Sua madre si stava curando e dovevano verificare che tutto andasse per il meglio.  Alessandra era innamorata di Kurt Cobain e dei Nirvana. Studiava per ore e ore i loro pezzi. Il giorno in cui imparò a suonare  Smells Like Teen Spirit, era talmente felice che si mise  a piangere. Le sue mani che facevano le stesse note: le stesse che suonavano le mani di Kurt.  Alessandra immaginava di suonare all'unisono con lui: allo specchio vedeva riflessa l'immagine di Kurt Cobain, una folla in delirio, lei sul palco, Kurt sul palco, una cosa sola.  Alessandra sognava. Ogni tanto lei pensava anche a Karim, il ragazzo marocchino che abitava al piano di sopra. Aveva capito che Karim era innamorato di lei, lui era sempre gentile e poi era pure carino. Qualche giorno prima erano andati a fare una passeggiata insieme, si era divertita, stava bene con lui. Si sorprese a pensarlo. Lui non era come gli altri: i ragazzi della sua classe in piena crisi ormonale, che gli stavano addosso perché il suo seno era cresciuto troppo in fretta. -Pervertiti!- pensava. Tornava a suonare la sua chitarra: stava studiando un'altra canzone del suo mito. "Come As You Are" e mentre provava e riprovava, nella sua mente cantava le parole.<br />Come as you are, as you were<br />As I want you to be<br />As a friend, as a friend, as an old enemy<br />Pensava che voleva mettere in piedi una sua band. Suonare le canzoni dei Nirvana in giro per i locali, voleva comporre delle canzoni tutte sue da dedicare alla memoria del suo mito. L'avrebbero chiamata per darle qualche premio lei avrebbe detto: -Dedico il mio successo a Kurt Cobain, senza la sua musica io non sarei mai arrivata fino a qui. Alessandra era bella: capelli neri fino al centro delle scapole, occhi verdi e intelligenti. Stava crescendo in fretta: le sue curve ne erano la testimonianza. Voleva farsi un tatuaggio: una stella sul polso. Doveva aspettare di avere diciotto  anni, suo padre non l'avrebbe mai permesso prima. Alessandra sognava. Alessandra aveva quindici anni e credeva che la musica l'avrebbe salvata.<br /><br />Francesco disse a Karim che voleva due etti in più. -Non c'è problema amico. Andiamo a casa mia. È proprio qui: vicino alla piazza del mercato di Porta Palazzo. Entrarono nel palazzo lasciando la porta aperta dietro di loro. Salivano per le scale, Karim disse: -La senti questa musica, la sta suonando la ragazza più bella che conosco. Grazie ai soldi che mi darai, io potrò farle un bel regalo  -Sono contento per te-. Rispose Francesco.<br /><br />Guido credeva in Dio. Guido Aveva 43 anni. Aveva perso sua figlia e sua moglie  perché un marocchino ubriaco le aveva investite. Guido lavorava in banca. Era sempre stato un buon padre. Sua moglie non aveva mai smesso di amarlo. Il giorno della telefonata in cui gli riferivano dell'incidente smise di parlare. Si era licenziato e chiuso in casa. Guido leggeva. Stava in casa tutto il giorno a leggere le sacre scritture. Guido, mentre camminava a passo veloce, continuava a pensare a quello che aveva letto nel libro dell'esodo: -Non avrai altri Dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.- Ripeteva a memoria  quello che aveva letto nel vangelo di Matteo: - Solo se osserviamo la sua legge e viviamo nel suo amore. Se infatti ci creiamo un nostro regno in cui vivere e godere, perdiamo il regno vero e ci priviamo della grazia. Poiché non si può servire insieme l'errore e la verità, la morte e la vita, la luce e la tenebra, il bene e il male, il peccato e la virtù.<br /><br /> Alessandra stava suonando Smells Like teen Spirit.  Karim stava dando il fumo a Francesco. Fu in quel momento che Guido entrò dentro il palazzo e gridando:-Non avrai altro Dio all'infuori di me, si fece esplodere, facendo crollare il mondo sulla sua testa.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9790"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9790</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9790</guid><category>racconto</category><pubDate>lun, 27 giu 2011 21:11:29 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Scene da un matrimonio</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>L'abito non fa il monaco.<br /><br />Proverbio popolare<br /><br /> <br /><br />-Alla fine il matrimonio è solo una questione di fogli da firmare in modo tale da poter chiedere gli alimenti quando ci sarà il divorzio conseguente.<br /><br />Sono i matrimoni che dovrebbero essere a tempo determinato, in questo modo la parola"matrimonio" smetterebbe di suonare come una minaccia. Mi sposo per tre anni, tre anni in cui garantisco la mia fedeltà, ma poi basta. Matrimoni rinnovabili e terminabili.<br /><br />Voglio dire, se io trovo una tipa che mi piace, perché devo essere vincolato da una cazzo di firma estorta dopo un pompino con ingoio vent'anni prima.<br /><br />Giacomo pensava questo mentre le sue ginocchia premevano sul legno della panchina della chiesa e il suo fastidio stava aumentando secondo dopo secondo. Stava assistendo al matrimonio di Luca, uno dei suoi migliori amici e, mentre ascoltava le parole che il prete pronunciava, gli venne un conato di vomito. La sera prima aveva esagerato con i giri di vodka e in quel momento, l'odore d'incenso della chiesa, i profumi dolciastri di tutte le parenti di Luca agghindate per l'occasione e il caldo che sentiva aumentare sempre di più, contribuivano a quella di voglia di vomitare che si presentava a ogni suo dopo sbronza. -Io non devo rendere conto a nessuno.- Ecco un altro pensiero che gli balenava in testa, tra una citazione biblica del prete e una grattata alle palle colpite da un prurito improvviso.<br /><br />Alla sua sinistra, nella prima fila, c'era Annika, era la sorella diciottenne di Valentina: la futura moglie di Luca. Giacomo aveva trovato in lei la distrazione adatta per superare quei minuti interminabili che mancavano alla fine della funzione religiosa. Giacomo era un individuo piuttosto dicotomico: il suo fare grezzo era contrapposto al suo aspetto attraente e Annika era stata attirata dagli sguardi che Giacomo lanciava come frecce imbevute in una potentissima pozione afrodisiaca. Mentre una goccia di sudore formatasi all'altezza della tempia destra accompagnava i pensieri bramosi di Giacomo, il prete proseguiva i suoi discorsi religiosi e la folla riunita attorno a due novelli sposi, stava entrando nel classico stato di "insostenibile noia liturgica ".<br /><br />Annika, contrariamente da quello che immaginavano i suoi genitori seduti al suo fianco, era molto lontana da quella che solitamente si definisce "una santarellina". La fellatio era la sua specialità e non disdegnava nemmeno il sapore degli umori vaginali della sua amica del cuore Jessica. Quando Giacomo, con un gesto del capo, la invitò a seguirlo nel confessionale, lei probabilmente e perversamente eccitata all'idea di fare sesso in quel luogo, non se lo fece ripetere due volte. I suoi genitori, troppo distratti dall'immagine dei due sposi ed entrati nella fase di devozione verso l'uomo dagli addominali scolpiti inchiodato alla croce, non si accorsero che l'assenza della figlia stava superando il tempo necessario per una pisciata. La chiesa era ormai pregna di atmosfera matrimoniale. Il prete incalzava. Le parole tanto aspettate stavano per arrivare. - Vuoi tu Luca prendere la qui presente Valentina come tua sposa? E amarla e onorarla nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, finché morte non vi separi?<br /><br />Il religioso silenzio stava per accogliere il "sì lo voglio" di Luca, ma prima che le parole potessero uscire dalla sua bocca un " sì lo voglio tutto!" si sentì risuonare nella chiesa come se fosse un riff di chitarra di una canzone blasfema. Tutte le teste si girarono con sincronicità assoluta verso il confessionale e un "ooooh" di sgomento uscì dalle bocche aperte.<br /><br />Qualche istante dopo i due uscirono e scapparono via, lasciando tutta quella gente, compresi i genitori di Annika, avvolti in uno stato di incredulità totale.<br /><br />Luca per una strana reazione chimica nel suo cervello dovuta allo shock per tutto quello che stava succedendo, si destò dallo stato ipnotico in cui era piombato da qualche anno, guardò Valentina negli occhi e senza dire una parola scappò via dalla chiesa come se fosse inseguito da un esercito di lupi mannari. Telefonò a Giacomo che nel frattempo si stava dileguando con Annika verso casa. Luca li raggiunse e, mentre le lacrime di Valentina allagavano la chiesa e inzuppavano l'ormai inutile vestito bianco, la sua cara sorellina colpita da un appetito sessuale inappagabile si stava facendo stantuffare allegramente dai due amici. I tre si lanciarono nel mondo della pornografia amatoriale riuscendo ad avere un discreto successo (più per merito di Annika che degli altri due in verità) e con i soldi guadagnati grazie a perfomance in rete, riuscirono a condurre un'esistenza tutto sommato felice.<br /><br />Se tornassimo al giorno del matrimonio a qualche ora di distanza dall'accaduto, potremmo vedere il prete, che aveva il vizietto di riprendere le confessioni con una web cam, mentre si smanetta il cazzo come un forsennato e fa l'upload su"You Porn" del video registrato. Il titolo era"Diciottenne si fa scopare nel confessionale durante il matrimonio della sorella."<br /><br />Fu uno dei più cliccati del mese.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9771"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9771</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9771</guid><category>racconto</category><pubDate>ven, 24 giu 2011 16:08:58 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - L'attimo presente</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>L'entrata mi attende aperta come una bocca da cui stanno per uscire parole mai dette, ricordi s'inseguono come in un loop perpetuo riemergendo vividi nella mia memoria.<br /><br />Il treno era arrivato con più di mezz'ora di ritardo. Il tempo si era divertito con il suo solito sadismo a dilatare i secondi raddoppiando o addirittura triplicando la sensazione del suo effettivo trascorrere. La stazione centrale era colma di gente e i discorsi di tutte quelle persone si mischiavano, creando quel classico vociferare dove è praticamente impossibile distinguere una sola parola. Una coppia di ragazzi dall'aspetto trasandato, con il volto segnato da un precoce invecchiamento, probabilmente colpita da un attacco di crisi d'astinenza, si stava urlando reciprocamente contro, accusandosi di qualche inadempienza di uno nei confronti dell'altra e viceversa. Le loro grida superavano il ronzio rumoroso creato da quel fluire di discorsi incomprensibili. Provai pena per il loro amore rovinato da qualche sostanza che aveva probabilmente avvelenato le idilliache promesse d'amore.<br />Quando finalmente vidi il treno arrivare ricordo chiaramente che uno strano mischiarsi di ansia ed eccitazione m'invase, facendomi aumentare il battito cardiaco e procurandomi un principio di erezione involontaria che mi creò imbarazzo. Mentre i freni del treno facevano il loro dovere io, cercavo di controllare il mio corpo. Entrambi, il treno ed io, stavamo facendo uno sforzo enorme e nella mia mente si raffigurò l'immagine degli schiavi egizi nel processo di costruzione delle piramidi.<br />Il mio cellulare produsse un suono che annunciava l'arrivo di un messaggio:- Sono alla carrozza numero dodici-. M'incamminai con passo deciso e, arrivato all'altezza della carrozza numero dieci la vidi scendere. Mi affrettai per raggiungerla e le presi il bagaglio che aveva un peso considerevole nonostante la sua permanenza sarebbe durata solo tre giorni. Ci scambiammo un abbraccio che durò più di qualche secondo. Ovviamente avvertii la classica sensazione che tutto attorno a me scomparisse e che il mondo fosse stato creato al solo scopo di vivere quell'attimo. Un bacio veloce sulle labbra seguì l'abbraccio e dopo altri secondi spesi a guardarci negli occhi un banalissimo - Come stai? È andato bene il viaggio?- uscì dalle mie labbra. Ci incamminammo verso l'appartamento in cui stavo abitando da tre mesi. In quei giorni i miei coinquilini erano tornati dalle loro rispettive famiglie e noi avremmo avuto l'intimità adatta alla circostanza. Due anni erano passati dall'ultima volta che l'avevo vista, due anni passati tra malinconie ricorrenti e la frequentazione di ragazze che non erano riuscite a lasciare la traccia necessaria per far dimenticare i giorni trascorsi in sua compagnia.<br />La nostra storia d'amore era finita, ma era rimasta ancora nell'aria come un'eco sospesa. Spesso accade che alcune relazioni si protraggano nel tempo e che abbiano ancora la necessità di una "rimpatriata" saltuaria prima di darsi il congedo definitivo. <br />Non era la prima volta che ci rincontravamo, ma per la prima volta il tempo trascorso era stato così lungo. L'incontro precedente era terminato con un litigio furibondo di cui non ricordo nemmeno le motivazioni, ma credo che quei due anni siano stati necessari per permettere che l'incubazione precedente alla voglia di rivedersi si esaurisse.<br />Durante il tragitto i discorsi iniziarono a prendere forma e tra di noi si stava risvegliando quella letargica confidenza mai dimenticata. Pian piano tutto sembrava tornare alla sua origine, rivivevo le stesse sensazioni vissute nelle medesime vie anni prima. Ero innamorato e felice. Mi rendevo conto solo in quel momento di come i ricordi erano intasati e offuscati da una monocromia fastidiosa: adesso lei mi appariva nella sua veridicità e io potevo solo immaginare la mia espressione estatica e forse anche un po' ridicola. Com'era sfacciato e irriverente l'attimo presente nei confronti di un passato di cui ormai rimaneva soltanto il vacuo ricordo.<br />Arrivati al mio appartamento, ci scambiammo un secondo bacio, molto più carico di passione. Lei si fece una doccia e quando uscì, finalmente, in un modo che alternava la dolcezza e la carica accumulata nei due anni trascorsi senza vederci, facemmo l'amore.<br />Non ho altri ricordi di quei tre giorni, trascorsero troppo velocemente. Il tempo è sadico ed esattamente come alla stazione si era divertito a dilatare i secondi, in questo caso si era divertito a ridurli.<br />Quando la riaccompagnai alla stazione, lei con tutta la delicatezza possibile, mi disse: - Non ci vedremo più. Vado a New York. Ho conosciuto un ragazzo a cui hanno proposto un lavoro lì e io ho deciso di seguirlo. Volevo solo vederti un'ultima volta. Scusami se non te l'ho detto prima, ma se non avessi fatto così, non saremmo riusciti a stare così bene in questi tre giorni. Ti porterò per sempre con me, nel cuore. <br />Era la fine dell'estate del 2000 quando il treno se la portò via per sempre. Non ebbi sue notizie per un anno, fin quando non lessi il suo nome tra le vittime dell'attentato alle Torri Gemelle.<br /><br />Accarezzo la foto dove lei mi appare bella com'è sempre stata, una lacrima scende graffiandomi il viso.<br />Alle mie spalle la lapide si allontana e mentre mi dirigo verso l'uscita del cimitero, ineluttabili come la decadenza, i miei pensieri si vestono di lontananze.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9746"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9746</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9746</guid><category>racconto</category><pubDate>mar, 21 giu 2011 11:55:19 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - L'attesa</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Quando si svegliò, si ritrovò in una stanza. Non si ricordava di esserci mai stato prima. Non era sicuro di essersi proprio svegliato lì, ma non riusciva a ricordare niente che precedesse la visione di se stesso seduto su uno sgabello girevole, con il sedile di pelle nero, davanti a una scrivania. <br />Era lì dentro.<br /><br />Un computer era accesso, sentiva il ronzio della ventola di raffreddamento, o forse non era la ventola ma era comunque un rumore fastidioso e continuo. Ascoltando bene si rese conto che non proveniva dalla stanza, ma dalla sua testa, come se i suoi pensieri fossero ostacolati da un'interferenza costante. Scese dallo sgabello e si diresse verso la porta che stava alle sue spalle. Provò ad aprirla senza riuscirci: era chiusa dall'esterno.<br />- C'è qualcuno? - Urlò, senza avere risposta.<br />Una sensazione irrevocabile si fece strada in lui: doveva attendere. Non gli era mai successo di essere certo di qualcosa in questo modo. Era sicuro di dover aspettare. Normalmente in quella situazione si sarebbe fatto prendere dal panico o dalla rabbia, ma non successe. Non sapeva perché, ma sentiva, che almeno per il momento, l'attesa era l'unica possibilità.<br />Nella stanza non c'erano finestre, gli parve di sentire odore di zolfo. Si alzò e, guardandosi attorno, provo a schiacciare i tasti del computer ma non successe niente. Apparve solo la schermata in cui veniva chiesta una password. Si risedette sullo sgabello, girò il polso destro per guardare l'ora, ma si rese conto di non avere l'orologio. Questo sì! Lo fece alterare.<br />L'attesa cominciava a farsi snervante. Tornò alla porta e iniziò a battere pugni, ma non ebbe risposta.<br />- Fanculo.- Disse.<br />Si era quasi addormentato sullo sgabello, quando finalmente la porta si aprì e una donna dall'aria austera gli apparve. <br />- Rimanga pure seduto- Disse la donna, senza badare se lui si stesse effettivamente alzando.<br />La donna andò a sedersi alla scrivania e inizio a pigiare i tasti della tastiera. <br />-Allora- disse la donna dopo qualche secondo - lei sa perché è qui?-<br />- No!- rispose. - Non ne ho la minima idea, potrebbe spiegarmelo?.<br />- Non si preoccupi-, disse, facendo un sorriso sarcastico -lo scoprirà presto.<br />La donna ricominciò a battere i tasti della tastiera del computer mentre lui attendeva una risposta, impaziente. Avrebbe voluto dirle che il suo tempo era prezioso, ed era ora quell'attesa terminasse, ma non ci riusciva. Non aveva il coraggio di dire nulla, ed era la prima volta che gli capitava nella vita. Lui era abituato a comandare.<br />Era il titolare di un'azienda. Aveva venti dipendenti sotto di lui. Non gli era mai successo di non avere il coraggio di dire qualcosa. Sapeva farsi rispettare e spesso incuteva anche timore. Era fiero dell'immagine autoritaria che si era creato negli anni, ma in quel luogo tutto sembrava disfarsi. La sua personalità perdeva di consistenza. Era timoroso e non riusciva ad esprimere il suo disappunto.<br />Finalmente la donna tornò a rivolgergli la parola.<br />- Dunque signor Rodolfo Zanello detto " Il corvo"ora le farò delle domande. Lei risponda soltanto sì, no oppure, non ricordo.<br />- Non è possibile- pensò Il Corvo - Come fa questa donna a conoscere la mia identità e soprattutto a sapere il soprannome odioso che mi hanno dato i miei dipendenti.-<br />- Dunque signor Rodolfo, conosce il signor Giovanni Jaconi?<br />Rodolfo dopo qualche secondo rispose: - Non ricordo.<br />- Conosce la signorina Valeria Casazza?<br />- Sì, la conosco- Rispose Rodolfo e, mentre stava per aggiungere qualcosa, la donna lo interruppe con un gesto della mano.<br />- Mi conferma che fece una promessa di matrimonio a questa donna e che poi pochi giorni prima della data stabilita si tirò indietro?<br />Rodolfo sentiva la rabbia esplodergli dentro. Come si permetteva quella sconosciuta di accusarlo, avrebbe voluto replicare, dimostrarle chi aveva di fronte, ma l'unica cosa che riuscì a dire fu: - Sì, è così che andò.<br />- E mi dica, ha mai provato qualcosa di simile al pentimento per una promessa fatta e non mantenuta?<br />Di nuovo avrebbe voluto raccontare la sua versione dei fatti, la giustificazione che aveva dato ad ogni sua azione, ma non riuscì a dire altro che la verità:- No, nessun pentimento.<br />La donna fece di nuovo quel sorriso sarcastico e si alzò. - Bene, abbiamo finito. Fra poco le sarà tutto più chiaro.<br />Uno stato d'ansia cominciò a farsi strada in lui. L'attesa stava per terminare e la sensazione che non avrebbe voluto conoscere la verità fu sempre più forte. Sentì una morsa nel petto come se una pianta rampicante gli stesse attorcigliando il cuore. Un nodo di sofferenza si era formato attorno alla sua anima.<br />La donna si alzò e si diresse verso la porta. - Mi segua. - Disse.<br />Entrarono in un corridoio. Il rumore dei tacchi della donna rimbalzava sulle pareti, scandendo il tempo, e a ogni tac del tacco, Rodolfo sentiva la paura aumentare. Gli pareva di essere in una campana di vetro chiusa ermeticamente e che, secondo dopo secondo, l'aria diminuisse. Camminava alle spalle della donna, costretto da una forza invisibile a seguirla. Voleva scappare, ma gli era impossibile. <br />Arrivarono di fronte a un'altra porta, imponente. <br />-Siamo arrivati. - Disse la donna. Ora può andare avanti da solo. Le spiegheranno tutti i dettagli una volta entrato. Io la saluto, credo proprio che non ci vedremo più. <br />La donna tornò indietro e lascio Rodolfo in una solitudine immutabile. Per qualche minuto non ebbe coraggio di aprire la porta e quando lo fece, si ritrovò davanti una faccia familiare. Lo attendeva.<br />- Oh! Finalmente sei arrivato. - Disse l'uomo che si trovava di fronte a Rodolfo.- Non dirmi che non mi riconosci?<br />- Non riesco a ricordare chi sei- Disse Rodolfo<br />- Immaginavo- Rispose l'uomo. - Beh, ti rinfrescherò la memoria. Sono Giovanni Jaconi. Mi hai licenziato un anno fa. Mi avevi promesso l'assunzione, ma non sei stato di parola. Il contratto è scaduto e hai deciso di non prorogarlo. - Guarda- Disse l'uomo tirando fuori qualcosa dalla tasca- questa è la pistola con cui mi sono fatto saltare la testa una settimana fa. Sì, sono morto e se tu sei qui, significa che anche tu lo sei. Il fatto è che prima di spararmi in testa, ho sparato a te. Io sono morto subito e tu invece sei entrato in coma, ma a quanto pare ora non lo sei più. In questo posto sono un po' sadici e mi hanno costretto a venirti a prendere. Comunque non c'è molto tempo per i convenevoli, dobbiamo affrettarci.<br />-Morto-. Disse Rodolfo, come se fosse l'unica parola che conoscesse. - Non è possibile.<br />- Sì! Sei morto- disse Giovanni Jaconi. - Estinto, deceduto, trapassato, come ti pare. L'unica cosa che conta ora è che dobbiamo andare. Qui non hanno molta pazienza, non c'è tempo da perdere. Ricordi, è una frase che ripetevi sempre. Non c'è tempo da perdere qui, muovetevi!<br />- Ma dove siamo?- Chiese Rodolfo<br />- Beh siamo all'inferno. Quel Dante la sapeva proprio lunga. Anche qui le cose si sono evolute, ma in linea di massima le regole sono le stesse. Credo che ti metteranno nel girone dei fedifraghi, io sono in quello dei morti suicidi. Qua sostengono che il suicidio è peggiore dell'omicidio e mi hanno messo lì. Ogni giorno sono costretto a sentire la sofferenza di tutte le persone che mi hanno voluto bene. È un dolore atroce. Non ho idea di quello che ti aspetterà, ma ora andiamo o ci tortureranno ancora di più.<br />I due iniziarono a camminare: un luogo di castighi irragionevoli e comportamenti umanamente inconcepibili li attendeva. L'unica cosa che avrebbero sentito sarebbe stato il dolore. Il dolore che avevano inflitto durante la loro vita sarebbe tornato indietro in un modo infinitamente più forte. Una sofferenza definitiva ed eterna sarebbe toccata ai due uomini, colpevoli.<br />L'interferenza che prima era così indefinibile nella mente di Rodolfo, divenne più chiara a ogni passo. Era l'ultimo suono proveniente dal mondo terreno: era il rintocco di campane luttuose</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9127"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9127</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-9127</guid><category>racconto</category><pubDate>mar, 26 apr 2011 15:01:44 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Difetto Visivo</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Adesso che ho le mani completamente imbrattate di sangue mi rendo conto che il fatto è compiuto.<br />L'odore della paura ha invaso la stanza. Odore di merda. L'uomo si è letteralmente cagato addosso. Io non lo biasimo, non fatelo nemmeno voi. Chiunque se la sarebbe fatta nelle mutande davanti all'uomo completamente invasato e alienato dalla rabbia in cui mi sono trasformato.<br />Il suo corpo giace ai miei piedi. Sono seduto sul divano del suo appartamento situato al quinto piano di uno di quei palazzi nuovi. Quelli che hanno costruito a ridosso del centro commerciale. Appartamenti belli e spaziosi. Una vista panoramica. Una bella inquadratura dall'alto sul mondo fuori. Un bel posto per sputare sentenze sulla testa delle persone che vivono qui sotto ogni giorno. Perché è questo che faceva quest'uomo. Sentenziava. Giudicava idonee o non idonee le persone. Non si dovrebbe mai dare questo potere a un uomo. È un potere troppo grande: impossibile da gestire per un essere umano. Prima o poi incappa in qualche errore. E si sa: gli errori a volte possono rivelarsi fatali, irreversibili.<br />Prima o poi arriva il punto in cui la soglia di sopportazione viene infranta. Per la maggior parte della mia vita, fino ad oggi insomma, sono stato una persona normale. Negli ultimi anni effettivamente ero un po' depresso, ma è una condizione comune a molta gente. Specialmente da quando la crisi economica ha fatto aumentare in maniera esponenziale la mancanza di lavoro. Esatto. Appartengo a quella categoria di giovani precari a cui giorno dopo giorno è stata strappata l'identità. A cui è stata privata la possibilità di crescere come individuo e come uomo. Il futuro per molte persone della mia generazione non è altro che un baratro nero in cui giorno dopo giorno si scivola verso un fondo dove l'insegna con la scritta fallimento è perennemente accesa. Stratificazioni di delusioni schiacciano il capo verso il basso come se il peso dell'esistenza diventasse insopportabile. Dieci anni di questa vita mi hanno spinto a questo gesto. Certo, ammetto che c'è gente che è in queste condizioni anche da più tempo, ma io parlo di me, è la mia soglia di sopportazione quella di cui sto raccontando ed è durata dieci anni.<br />Finalmente ero riuscito a trovare un lavoro fisso. Un lavoro da operario, certo non il sogno della mia vita, ma è necessario rivalutare i propri sogni a volte. Farli diventare più semplici. Un lavoro che se mi avessero offerto dieci anni prima forse avrei rifiutato, ma a cui ora era stato associato l'aggettivo indeterminato. Lavoro a tempo indeterminato. La svolta.<br />Avevo visto l'inserzione sul giornale venti giorni prima. Una tessitura cercava un giovane operaio. Volenteroso e dinamico. Ho chiamato subito, riuscendo a fissare un colloquio per il giorno dopo. Le classiche domande sulla formazione lavorativa sulle aspettative e le ambizioni. Tutto come al solito. Nella norma. In questa azienda cercavano un operario da formare, a cui insegnare il lavoro, cosa che nella mia carriera decennale di precariato non avevo mai sentito. Dopo un primo contratto di apprendistato sarei diventato un operario specializzato con un contratto a tempo indeterminato.<br />Il colloquio era andato benissimo. Dopo una settimana ho ricevuto la telefonata tanto aspettata. Marco, il datore di lavoro m'informava che aveva fissato la visita medica per l'idoneità per il lunedì successivo e che poi avrei potuto incominciare. Una sensazione che mi era estranea da molto tempo mi ha invaso: ero contento. Finalmente, un lavoro che mi permetteva di programmare la mia vita. Certo sempre a piccoli passi. Passi che però non mi erano concessi fino al giorno prima. Di colpo tutti i progetti accantonati tornavano a bussare alla porta della mia mente e nuovi si formavano perché ero stato abbeverato nella fonte della speranza. -Eterna la speranza risorge come un fungo velenoso- diceva Bukowski.<br />Io ho un difetto dalla nascita. Il mio nervo ottico sinistro ha sviluppato pochissimo la vista, lasciando tutto il lavoro al nervo ottico destro con il quale ho sviluppato una vista binoculare. Visite oculistiche stabiliscono che io nell'occhio destro ho quattordici decimi, una supervista insomma. Di fatto io ci vedo benissimo. Ovviamente se mi copro in qualche modo l'occhio destro, l'occhio sinistro vede tutto sfuocato. Questo però non mi ha mai procurato nessuna sorta d'impedimento. Non ho diritto all'invalidità. Ho una normale patente di guida. Non ho bisogno di lenti. Niente. La mia vista è normale. La mia vista è buona.<br />La visita medica si è svolta come di consueto. Ovviamente il problema è venuto fuori nel momento in cui ho dovuto indicare le lettere comprendoni con la mano l'occhio destro. È una cosa a cui sono abituato. In tutte le visite mediche svolte nella mia vita, si è verificata questa situazione e ovviamente con tutta la documentazione apposita, il risultato era sempre lo stesso: la normalità.<br />A due giorni di distanza è arrivata la telefonata dall'azienda: volevano vedermi. Una volta sul posto Marco mi ha mostrato il foglio in cui il medico ha indicato il mio difetto. C'era scritto: Il paziente mostra un difetto visivo. Per tanto mi riservo di dare l'idoneità al lavoro in quanto è soggetto, è a rischio d'infortuni. Con imbarazzo evidente Marco alla fine della nostra conversazione mi ha congedato. Carta cantava come si dice. L'ultima visita medica diceva che io non ci vedevo bene e lui non poteva assumermi.<br />Inutile dirvi che lo sconforto ha preso il posto di tutte le speranze.<br />Quel medico aveva scritto che avevo un difetto visivo e che non potevo svolgere il lavoro. Il falso. Ho fatto un ricorso, dove è stato dimostrato che io ci vedo bene e che quel medico era in errore. Il posto però era ormai perduto. Dato a un'altra persona.<br />Non mi sembrava vero. Ero arrivato così vicino a un cambiamento radicale. Finalmente avrei potuto vivere, perché la vita è così che dovrebbe essere: viva. <br />Un lavoro fisso. Qualcosa che dovrebbero avere tutti senza faticare si è trasformato nel tempo in un sogno quasi irraggiungibile, per molte persone che non hanno avuto la fortuna di raccomandazioni o situazioni simili. Quel lavoro a cui tanto agognavo mi era stato strappato via dalla negligenza di un dottore che per farsi bello aveva scritto quella stupida e falsa frase.<br />Forse avrete già intuito che l'uomo che si trova ai miei piedi in quest'appartamento è il medico in questione. L'ho pedinato per due giorni e quando mi sono presentato con lui alla porta dell'ascensore del palazzo  non mi ha nemmeno riconosciuto. Forse voi penserete che abbia esagerato. Che forse prima di tagliargli la gola avrei dovuto parlargli: cosa credete che non l'abbia fatto? Lui si è dimostrato così arrogante e menefreghista nel momento in cui gli ho esposto il mio disappunto. Tanto lui conduceva la sua vita perfetta nel suo perfetto appartamento arredato in stile liberty che sinceramente è anche di cattivo gusto. È così sfacciatamente snob e pieno di clichè.<br />Ho appena sputato sul corpo di questo essere schifoso che è stato capace di farmi perdere il lume della ragione. Il problema sono questi presupposti illusori su cui basiamo la nostra vita. Tutto crolla a un certo punto. Tutto si trasforma in cumulo di cenere da cui nasce il frutto marcio e maleodorante dell'odio. Sono nato io: un assassino.<br /> Guardo fuori da questa vetrata il mondo che vive aspettando l'ineluttabilità della morte. E tutto ora mi sembra così chiaro ed evidente. Ho compiuto il mio dovere.<br />Lascio questa lettera perché chi troverà il corpo, dovrà sapere cosa mi ha spinto fino a questo punto.<br />La finestra indica il mio destino. La mia vita è completata, terminata.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8791"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8791</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8791</guid><category>racconto</category><pubDate>ven, 25 mar 2011 20:59:49 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Fotografie</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Specchi deformanti<br />Riflettono echi di scorie vivide<br />Affiorano ricordi<br />Come coralli morti<br />Trovami e uccidi<br />La parte di me<br />Che ancora vuole<br />l'orgasmo indelebile</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-71472"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-71472</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-71472</guid><category>poesia</category><pubDate>mer, 26 gen 2011 15:13:03 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Rifiuti Cimiteriali</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Dicono che quando stai per morire, tutta la tua vita ti scorre davanti. Miliardi di istantanee si stampano su i tuoi occhi, un riassunto iper-veloce della tua esistenza.<br />Credo che morirò nel giro di qualche minuto e vi assicuro che non c'è nessun cazzo di riepilogo dei miei giorni. L'unica cosa che vedo è questa porta bianca con la vernice che si scrosta. La maniglia è un po' arrugginita. Un enorme cazzo stilizzato disegnato con un pennarello nero. Sembra un'enorme pagina incompleta di un fumetto. La didascalia nell'angolo dice: Ingoio tutto e lo prendo in culo. Un numero di telefono, un nome: Marytrans.<br />Se mi avessero rovesciato un secchio pieno di vernice addosso probabilmente sarei ridotto nelle stesse condizioni. Sfortunatamente, per me, non è questo il motivo per cui sono imbrattato di una sostanza rossa e appiccicosa.<br />Ho ricevuto due coltellate al centro della schiena e una più sotto dove c'è il rene destro. Altre due sul davanti all'altezza dello stomaco. Il sangue sta uscendo copiosamente dal mio corpo. Se ci fosse una telecamera sopra il soffitto, una ripresa dall'alto di questo cesso e questa fosse la scena di un film, sicuramente sarebbe uno dei quei momenti che solitamente si definiscono macabri. Forse quando stai per morire, ti si amplificano i sensi. Lo penso perché non ho mai sentito l'odore di urina così forte. Mi penetra nelle narici e scava fino al mio cervello. Odore del mio piscio, quello che mi sono fatto nei pantaloni, mischiato a quello di altri uomini entrati prima di me. Anche il tatto sembra amplificato. Questo pavimento, pieno del mio sangue, che tocco con le dita della mia mano, sembra entrarmi dentro, come se stessimo per diventare una sola cosa. Sarebbe stato più divertente morire con le dita immerse in una figa bagnata, immagino sarebbe stata molto più gratificante questa sensazione di unione definitiva, ma questo lusso non mi è stato concesso, mi tocca morire su questo lurido pavimento, d'altronde cosa mi aspettavo?<br />Mentre si muore il cuore dovrebbe rallentare, fino a fermarsi definitivamente, invece a me sembra che non sia mai andato così veloce. Sembra di avere la cassa di una canzone techno sparata al doppio della velocità normale dentro il petto. <br />Se provo a parlare, gridare, non esce nessun suono dalla mia bocca. Come se la mia voce invece di uscire, rientrasse dentro di me per dirmi: "Inutile che gridi tanto non serve". <br />In effetti non c'è nessuno che potrebbe venirmi a salvare. Sono nel bagno del locale di un mio amico, il mio migliore amico. È incredibile come riesco a pensare a lui ancora in questi termini, visto che è stato proprio lui a ridurmi in questo stato. <br />Sono rimasto come al solito fin dopo la chiusura. Nel locale regnava quell'aria di desolazione che si respira soltanto alla fine di un sabato sera. Bottiglie e bicchieri vuoti lasciati sui tavolini. Il ricordo del vociferare di persone, intente a dimenticarsi per qualche ora della loro squallida vita, era ancora presente nelle mie orecchie. Quei bicchieri erano come conchiglie in cui invece di sentire l'eco del mare, potevi sentire le chiacchiere di gente sbronza.<br />Tony stava chiudendo le saracinesche e mentre lo faceva mi ha detto di preparare due strisce belle grosse di cocaina sul bancone. Le abbiamo tirate di getto, dopo di che Tony ha preparato due Scotch e abbiamo brindato con il sorriso sulle labbra e il gusto di coca che scendeva nella gola. La mia vescica era piena di birra trasformata in piscio e sono venuto in questo cesso a svuotarla. È difficile difendersi mentre stai pisciando e tieni il tuo uccello tra le dita, soprattutto non ti aspetti delle improvvise coltellate alla schiena dal tuo migliore amico. E pensare che la storia dell'umanità insegna che sono sempre le persone a cui vuoi più bene che ti fottono.<br />Io e Tony siamo cresciuti per strada. Tra noi c'era quell'amicizia che si instaura soltanto quando c'è di mezzo la comprensione. La comprensione di essere entrambi degli emarginati figli delle strade desolate della provincia. Io mi sono sempre barcamenato tra lavori precari e arrotondavo spacciando cocaina nel pub che Tony era riuscito ad aprire, dopo quindici anni di risparmi accumulati lavorando in fabbrica. <br />Lui non era contento che sfruttassi il suo locale come base per i miei affari sporchi, ma alla fine mi lasciava fare, perché sapeva che i rischi erano minimi per lui. Sapeva che mi sarei accollato tutta la responsabilità se gli sbirri avessero ficcato il naso nel suo locale.<br />Sto morendo in questo in cesso dove praticamente ho passato la maggior parte degli ultimi dieci anni della mia vita. È qui dentro che davo le bustine di coca. Erano soprattutto i figli della Upper-Class che venivano da me. Avevano gli occhi iniettati di voglia di polvere bianca. Ma non era la voglia disperata che leggevo negli sguardi dei ragazzi del posto. Era piuttosto la fame viscida di chi è pronto a divorare gli altri senza pentimento. A 'sti stronzi non importava che gli facessi pagare la coca al doppio del prezzo. Pagavano, tiravano e puntualmente tornavano da me. <br />Ammetto che squallidamente in questo bagno mi sono scopato anche qualche tipa che non poteva pagarmi in denaro. Si concedevano e io mi prendevo la loro dignità, ma in fin dei conti non ho mai pensato di essere una persona buona, non c'era d'aspettarsi di meglio da me.<br />Qualcuno si accorgerà della mia assenza, ma non troppi. Era qualche giorno che dicevo in giro che me ne sarei andato via da questo posto. La gente farà due più due e penserà soltanto che sono effettivamente sparito senza salutare nessuno. Commenteranno con un "classico del suo stile" e mi archivieranno tra le cose a cui non si pensa più.<br />La vista mi si sta annebbiando come se avessi una cataratta fulminante. La mia vita si sta dissolvendo, mentre quel cazzo disegnato sulla porta del cesso sembra che da un momento all'altro debba schizzarmi addosso il suo disprezzo.<br />Forse è proprio vero che tutta la vita ti passa davanti. Proprio per questo mi ritrovo qua ora: non c'era posto migliore in cui poter calare il sipario sulla mia esistenza.<br />Non riesco nemmeno ad essere così arrabbiato con Tony, inizio quasi a pensare che avrei fatto la stessa cosa, se solo mi fosse venuta in mente prima che a lui.<br />Non voleva dividere la vincita con me. È questo l'unico motivo plausibile a cui posso pensare. Di sicuro non mi ha accoltellato perché tre anni fa sono andato a letto con la sua ragazza. "Tanto ci stavamo lasciando." È questo quello che mi ha detto dopo avermi spaccato il naso.<br />No, il vero motivo è: quei dieci milioni di euro vinti a quel cazzo di Super Enalotto. Ho sempre pensato che tutti quei soldi in una volta sola potessero far impazzire. Specialmente se a vincerli sono quelle persone che dalla vita non hanno avuto molto oltre alle umiliazioni quotidiane. Tutti quei soldi possono dare alla testa, farti perdere il senso di quello che è giusto o sbagliato. Quindi per questo non riesco a fargliene una colpa troppo grande a Tony. Ha perso il lume della ragione, tutto qui.<br />Quel cazzo di biglietto l'avevamo comprato insieme, ma non è insieme che ci godremo la vincita. Come diceva quel film? " Ne resterà soltanto uno"<br />Continuo a sentire Tony trafficare di là, mentre mi sto lentamente dissanguando.<br />L'altro giorno mi aveva fatto vedere, ridendo, i sacchi dei rifiuti. Glieli aveva consegnati il comune. Si erano sbagliati e sui sacchi c'era la scritta "RIFIUTI CIMITERIALI". Tony aveva detto "E cosa ci dovrei mettere dentro, un cadavere?" Una frase veramente profetica, non c'è che dire. Mi viene quasi da ridere, ma non ne ho la forza.<br />C'è sempre un momento in cui si presenta una strada da prendere nell'esistenza di una persona. Dieci anni fa il mio amico Ivan mi aveva proposto di seguirlo in Argentina e di cambiare vita. Ho saputo che adesso lui ha famiglia ed è felice, mentre io beh... sono qui insomma. <br />Tony riapre la porta del cesso. Come immaginavo: in una mano tiene uno di quei sacchi, nell'altra mano ha un'accetta. Non so dove l'ha presa, magari l'ha portata da casa. È probabile che avesse pianificato tutto e che questo gesto non sia frutto di un raptus improvviso. Immagino che voglia farmi a pezzi. Pezzi che poi infilerà nel sacco e butterà da qualche parte. Non credo che sia un piano infallibile per lui, ma non è che mi importi molto se verrà beccato. Insomma a me non è che ormai mi cambi la vita. Sono ancora vivo mentre sento la lama dell'accetta infilarsi nella mia gamba sinistra, la sento arrivare fino all'osso. Non fa nemmeno tanto male. Solo un leggero fastidio, come una mosca che si posa al centro della tua tv mentre stai guardando un porno con Jenna Jameson.<br />Ecco l'ultimo pensiero che mi viene in mente. Quando mi sarebbe piaciuto scopare Jenna Jameson.<br />Addio.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8250"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8250</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8250</guid><category>racconto</category><pubDate>lun, 03 gen 2011 08:31:31 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Menage a Trois</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Brandon non era un ragazzo bello: era ricco.<br />Frequentava una prestigiosa scuola universitaria in una famosa metropoli.<br />Non era attraente, ma in ogni caso riusciva a adescare molte ragazze attirate da una sicura posizione di prestigio all'interno della società.<br />Il potere o la prospettiva di esso è una caratteristica che spesso si sostituisce alla bellezza, al fascino o alla simpatia quando si parla di seduzione.<br />Brandon era consapevole di tutto questo. Oltre alla ricchezza aveva anche la dote dell'intelligenza. Aveva sviluppato una naturale predisposizione: riconosceva le sue prede al primo sguardo. Lui parcheggiava la sua spyder davanti alla facoltà, una Lotus Elise arancione dalla carrozzeria in vetroresina e telaio d'alluminio, e alcune ragazze abboccavano all'amo. Lanciavano sguardi eccitati verso quella macchina e lui coglieva quelle occhiate fugaci, ma significative, con precisione assoluta. Non era poi difficile per lui avvicinarle e invitarle fuori di conseguenza. Quelle uscite inevitabilmente si trasformavano in notti di sesso che si consumavano in un appartamento situato al ventesimo piano di un palazzo che si trovava in centro. Ovviamente non era l'appartamento dove abitava: era solo il luogo in cui dare sfogo ai suoi vizi e alle sue ossessioni.<br />In effetti, Brandon non provava niente. Una volta ottenuto quello che desiderava perdeva ogni interesse. Quelle ragazze per lui erano solo dei preservativi: si usavano una volta e poi si buttavano via.<br />Lui era ossessionato dalla possessione. La parola "no" non faceva parte delle espressioni a cui lui dava significato. L'abitudine ad avere qualsiasi cosa, la facilità con cui otteneva tutto quello che gli interessava gli aveva impedito di sviluppare la comprensione per il rifiuto.<br />In un giorno di visita ai genitori aveva stuprato la ragazza che faceva da cameriera nella casa. Era una polacca di venti anni. Lei aveva rifiutato le sue avance, ma lui aveva considerato quella negazione solo come un pretesto per prendersi quello che voleva con la forza. La sua posizione di potere e le condizioni deficitarie della ragazza, che era senza permesso di soggiorno, gli avevano poi permesso inizialmente di insabbiare tutto. La giovane in seguito aveva deciso di ribellarsi a quella schiavitù mentale. Aveva raccontato tutto ai genitori di Brandon i quali, dopo un iniziale imbarazzo, liquidarono tutto dando alla cameriera una discreta somma di denaro: diecimila euro. Briciole per loro, ma comunque sufficienti a comprare il silenzio della giovane.<br />Per Brandon quella fu una delle lezioni più importanti per la sua filosofia di vita. Tutto ha un costo. Tutto è merce comprabile. La vita, l'anima, il silenzio, i sogni non sono altro che materiale a cui dare un prezzo. Lui era in possesso della materia prima. Quella che gli dava la possibilità di appropriarsi di tutto: i soldi.<br />Pagare per ottenere in cambio prestazioni sessuali era una delle sue più morbose attività. Non era tanto l'atto sessuale in sé che lo eccitava, ma la dominazione. Vedere quelle ragazze che si davano a lui grazie al denaro, lo faceva quasi sentire onnipotente. Tutto questo non faceva altro che rafforzare la sua teoria: tutto perde significato e importanza davanti alla grana.<br />Lui aveva la capacità di mettere inquietudine e imbarazzo a quelle ragazze, nonostante loro fossero abituate o concedersi per denaro. Gli altri clienti erano grati del loro servizio, mentre lui aveva disegnata sulla faccia l'immagine del disprezzo. Riusciva a farle sentire puttane come la prima volta.<br />La nuova ossessione di Brandon era Josephine, una ragazza del secondo anno.<br />Aveva capelli che arrivavano sotto le scapole, biondi, non perfettamente lisci, delle leggere ondulazioni accompagnavano la lunghezza dei suoi capelli dando al suo volto una rotondità erotica molto forte. Era alta circa un metro e settantacinque. La linearità del suo corpo aveva una sensualità evidente. Josephine sembrava non essere conscia del potenziale attrattivo della sua fisicità. Questo le permetteva di attirare sguardi anche in mezzo ad una folla di ragazze similmente belle. La particolarità di Josephine era lo sguardo. Lo sguardo che attira a sè per quello strano mescolarsi di furbizia e bisogno di protezione.<br />Brandon, dopo vari ed estenuanti tentativi di approccio, si era dovuto rassegnare a quello che sicuramente era il primo rifiuto dai tempi della giovane cameriera polacca.<br />Anche questa volta l'impulso di prendere Josephine con la forza era stato fortissimo.<br />La differenza sostanziale consisteva nella presenza di Nicholas: il ragazzo di Josephine. Tra i due c'era stato un diverbio molto acceso in cui più che altro c'erano state minacce intimidatorie di Nicholas nei confronti di Brandon.<br />L'ossessione di Brandon aveva raggiunto livelli parossistici. Appostamenti si susseguivano senza sosta. L'idea di non poterla possedere lo stava spingendo in un baratro di follia. Il muro del suo appartamento era tappezzato di fotografie che la ritraevano nelle sue abitudini. Ogni giorno lui sceglieva una di quelle foto e osservandola si masturbava, schizzandoci sopra il suo sperma. Ognuna di quelle immagini, ognuno di quei volti di Josephine era macchiato, sporcato, dalla voglia e dalla bramosia di Brandon. I rapporti occasionali, le donne che pagava in cambio delle più disparate prestazioni sessuali, non servivano più a niente.<br />Costringeva quelle donne a travestirsi da Josephine. Si portava dietro una parrucca che aveva fatto preparare con precise indicazioni. L'aveva fatta confezionare facendo visionare vari scatti. Le ragazze dovevano recitare quella parte: Brandon le istruiva. Loro dovevano ribellarsi con tutta la forza che avevano, in modo tale che lui dovesse prenderle con la forza. Brandon non scherzava: pagava quelle donne per stuprarle. Ogni sera violentava un'imitazione di Josephine.<br />La dominazione del corpo di Josephine stava diventando la sua unica ragione di vita.<br />Brandon non riusciva a sopportare il sincero affetto che quei due provavano uno per l'altro. Era convinto, che la bellezza di quel rapporto fosse semplicemente una maschera dietro la quale nascondere la precarietà della natura umana. Lui sapeva che una piccola falla, una crepa, il preludio alla disfatta era comunque presente all'interno di quell'illusoria perfezione.<br />Lui sapeva cosa fare, per trovarla.<br /><br /><br />Josephine e Nicholas erano innamorati. Entrambi erano ottimi studenti.<br />Lei aveva una famiglia perfettamente inserita nella società, ma che non poteva permettersi spese eccessive. Riuscivano a mantenere gli studi della figlia con non poche difficoltà.<br />Nicholas invece aveva perso i genitori due anni prima. Un tragico incidente. Erano in una strada che scendeva dalla montagna verso il mare. I coniugi avevano affittato un appartamento in un piccolo paese arroccato sul mare. Una settimana di isolamento lontano dalla metropoli. Seguivano la strada fatta di tornanti che si dirigeva verso le località balneari, un gabbiano si scontrò contro il vetro. Il padre di Nicholas perse il controllo della macchina. Il veicolo venne risucchiato da un precipizio. Non ci fu scampo per loro: ottanta metri nel vuoto prima dello schianto.<br />Nicholas si manteneva gli studi con una borsa di studio: guadagnata grazie alla serie di lodi conseguite e dando ripetizioni agli studenti delle scuole medie. Le difficoltà erano grandi. I soldi non erano mai sufficienti.<br />I due innamorati riuscirono comunque a trovare un appartamento e nonostante le difficoltà riuscirono a vivere felici.<br /><br />Tutto questo sarebbe molto bello se fosse vero.<br /><br />Brandon era perfettamente conscio dei suoi mezzi. È vero: Josephine aveva resistito alla tentazione del lusso, dei soldi. Non si era fatta ingannare. Brandon però aveva individuato in Nicholas l'elemento debole. Corruttibile.<br />Dopo le iniziali diatribe, Brandon aveva cambiato tattica. Lo aveva avvicinato, proponendogli un affare. Voleva delle foto di Josephine in cambio di denaro. Cento euro a scatto. Una cifra irrisoria per Brandon, ma molto utile a Nicholas.<br />Il ragazzo consegnava settimanalmente una decina di foto: le scattava nei momenti più normali e la ragazza non sospettava di niente.<br />Nicholas amava veramente Josephine, ma questa è l'ennesima prova, di come il denaro possa rendere qualcosa di pulito così sporco da renderlo irrecuperabile.<br />La somma di cinquantamila euro, bastò per convincere Nicholas. Il piano era portare Josephine sul lago. Nicholas doveva dirle che un amico gli aveva lasciato le chiavi del suo cottage. Brandon nella notte avrebbe fatto irruzione a volto coperto. Avrebbero inscenato un'aggressione in cui Nicholas fingeva di perdere i sensi. Dopodiché Brandon avrebbe potuto violentare Josephine.<br />La linea telefonica sarebbe stata staccata preventivamente da Brandon. Nicholas con la scusa di isolarsi dal mondo per due giorni avrebbe convinto Josephine a non portare i telefoni cellulari.<br />Brandon era furbo. Sapeva che poi i sensi di colpa avrebbero sopraffatto Nicholas. Per questo aveva registrato ogni conversazione.<br /><br />Tutto questo sarebbe molto bello se non fosse successo veramente.<br /><br />Josephine cadde in mutismo cronico. Nei suoi occhi si poteva vedere: la sofferenza, la rassegnazione a vivere in un mondo in cui il concetto di vita era identico a quello di morte.<br />Josephine una mattina vide fuori dalla porta un pacchettino. Sopra c'era scritto: "per Josephine". Ovviamente era la registrazione di tutto.<br />Brandon voleva che Josephine sapesse. Voleva che Josephine riuscisse a dare un volto al suo aguzzino. Un volto che non sarebbe mai stato cancellato dalla sua mente: il suo.<br />Voleva anche farle sapere che la chiave per far sì che tutto ciò avvenisse gliela aveva data il suo amore. Il suo Nicholas.<br />Brandon non si stupì più di tanto quando lesse sul giornale che Nicholas aveva ucciso Josephine per impedirle di andare alla polizia e che poi sopraffatto dai sensi di colpa si era sparato in bocca.<br /><br />Ora siamo di fronte a due possibili verità.<br /><br />La prima è che Brandon sia stato arrestato, rinchiuso in un ospedale psichiatrico criminale: dove poi è stato ucciso da un detenuto dai capelli biondi, stufo di sentirsi chiamare Josephine.<br /><br />L'altra verità possibile e che Brandon ora viva la sua vita sguazzando nelle sue perversioni e che il potere del denaro gli ha permesso di comprarsi la sua libertà.<br /><br />Mentre voi pensate a quale dei finali sia più plausibile, i genitori di Josephine devono rispedire al mittente l'ennesimo giornalista che, volendo scrivere un articolo sulla storia dei due innamorati, ha suonato il campanello.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8100"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8100</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8100</guid><category>racconto</category><pubDate>lun, 06 dic 2010 09:08:20 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - È così che ci si ritrova</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>È così che ci si ritrova.<br />Stretti e scomodi come in un confessionale. Al tuo fianco c'è un ciccione con l'alito che sa di carne morta. Dorme mentre della bava gli cade dalla bocca. Due gocce sono già finite su un quotidiano di cui non riesco a vedere il nome.<br />Io ho un mal di testa atroce. È colpa di quella bottiglia di vodka scadente comprata in un discount di Whitechapel: il quartiere di Londra dove abito.<br /><br />Mezza bottiglia di vodka era avanzata dal party che, Fabio e io, avevamo organizzato a casa nostra tre sere prima. Lui si era tirato nero come una scarpa nel fango di un rave e credo che avesse sniffato talmente tanta bamba da rischiare il decollo. Lo guardavo e avevo paura che da un momento all'altro il suo cuore sarebbe stato lanciato fuori dal petto per schiantarsi contro la mia faccia.<br />Non so come la vodka possa essere sfuggita dalle grinfie degli ospiti. Possiamo pensare ad un miracolo. Immaginate un ebreo salvo in un campo di sterminio nazista: quella è la mezza bottiglia di vodka avanzata.<br />Inizialmente non avevo pensato di bere. Volevo annullare ogni pensiero che si formava nel mio cervello, ma non sono riuscito a trovare nemmeno mezzo pezzo di eroina. Il mio pusher personale latitava, forse l'hanno beccato, ma non ha importanza adesso. C'è qualcosa che ha veramente importanza dopo tutto?<br />Ho dovuto ricorrere all'alcol. Era necessario.<br />È stata tutta colpa di quella telefonata.<br /><br />Stavo guardando alla TV in sala un comico che prendeva in giro il Principe Carlo, ma non faceva molto ridere. Lo stavo guardando solo perché ero in attesa della mossa successiva. È questa la costante della vita. La mossa successiva. Non importa se è giusta o sbagliata. È il movimento quello che conta. Se non ti muovi, implodi. Muori.<br />Avevo appena finito di rollarmi una canna farcita di ottima erba WhiteWidow e una Guinness, quasi vuota, era sul tavolino in attesa di sentire le mie labbra per l'ultima volta.<br />Il telefono è suonato: era Dave.<br />Quando ho visto il suo nome, sono trasalito perché non me l'aspettavo.<br />Non sentivo Dave da mesi. Non ho più molti contatti con gli amici di vecchia data. Quelli della mia città natale. La nostalgia non va ricercata e sentirli mi faceva sentire così: nostalgico.<br /><br />Alla mattina sono uscito di casa prima dell'alba. Londra a quell'ora è una città che si decompone. Puoi trovare i rimasugli della notte appena trascorsa.<br />Andando in direzione della underground, ho visto un uomo in giacca e cravatta, seduto vicino ad una saracinesca chiusa di un negozio. Era immobile come se fosse stato un cadavere messo lì da qualcuno. Aveva la giacca ricoperta di vomito.<br />È così che ci si ritrova.<br /><br />Quando ho messo giù il telefono se mi avessero parlato non sarei stato in grado di dire niente. Dalla mia bocca non sarebbe uscito nessun suono. Il tasto OFF era stato premuto sulle mie corde vocali.<br />Sono andato in cucina, ho aperto il frigo e ho preso altre due Guinness e le ho bevute in meno di tre minuti. La voglia di autodistruzione, "self-destruction" come direbbero gli inglesi, si era impossessata di me. Una libidine dell'autodistruggersi incontrollabile.<br />Di chi era la colpa di tutto questo? Sicuramente anche un po' mia.<br /><br />Sono tornato in sala e con uno sforzo immane ho provato a chiamare il mio pusher ma non ha risposto. Ero in piedi al centro della stanza pietrificato, come se avessi guardato la Medusa della mitologia greca e, ho visto la bottiglia di vodka sotto il divano. L'ho bevuta lentamente mentre prenotavo sul sito della Ryanair il primo volo disponibile. Ho dato l'ultimo sorso alla bottiglia nello stesso momento in cui mi chiudevo la porta alle spalle e sono uscito.<br />Fabio non era in casa, non lo vedevo da un giorno. Probabilmente si era perso nei meandri di qualche casa sconosciuta, In preda ad un "trip acido", da cui tentava invano di uscire. Ho comunque lasciato un biglietto per dirgli che per qualche giorno non ci sarei stato.<br /><br />Ho preso la metropolitana che andava a Victoria Station.<br />Sul vagone c'era un bambino che suonava una chitarra, aveva il "sol" scordato e gli accordi erano completamente stonati. Mi sono stupito di trovarlo lì così presto, aveva le unghie lerce. Al collo aveva appeso un cartello, c'era scritto - i'm hungry, help me- i suoi occhi erano così tristi che non ho potuto guardarlo mentre gli davo 50 cent.<br />È Così che ci si ritrova.<br /><br />Arrivato a Victoria Station ho preso il treno che porta all'aeroporto di Heathrow. Ora mi trovo su questo aereo vicino al ciccione addormentato che continua a sbavare sul suo giornale chiuso.<br /><br />La parola del giorno è "ritorno". Ritorno alla città che avevo lasciato un anno prima inseguendo il sogno di Londra.<br />Ritorno alla casa dei miei genitori.<br />Ritorno allo sguardo vuoto e desolato di amici che ho abbandonato, perché non riuscivo più a sopportare l'idea di essere come loro.<br /><br />Un'altra parola del giorno è "bara". La bara in cui si trova il mio amico Teo. Si è buttato giù dal ponte ieri e cadendo per fortuna ha sbattuto la testa su una pietra ed è morto subito. L'ha fatto perché il suicidio, quando vivi nel nulla, non è la soluzione ma rimane comunque un'eccellente opzione.<br /><br />È così che ci si ritrova. Stretti e scomodi come in un confessionale.<br />In una bara o su un sedile di un aereo.<br />È così che ci si ritrova.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8056"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8056</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-8056</guid><category>racconto</category><pubDate>gio, 25 nov 2010 00:48:45 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Bonnie e Clyde</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Avete presente quella sensazione di fastidio? Quando siete al cinema e dalla galleria sentite cadere qualcosa sulla vostra testa: non sapete se è sputo, cibo o qualche altra schifezza.<br />Quella rabbia che vi sale quando guardate in alto e non capite chi è stato. E poi vi guardate attorno e ci sono tutti i posti occupati. Non c'è niente da fare. Non potete cambiare posizione.<br />Dovete stare seduti in quella cazzo di seggiola pieghevole di stoffa blu.<br />Però il film è bello e voi avete pagato, che cazzo, mica ve ne volete andare. Soprattutto se avete notato che il tipo seduto vicino a voi, un notevole esemplare di maschio, continua a lanciarvi segnali di corteggiamento inequivocabili, almeno io ho interpretato così la sua mano sulla mia patta dei pantaloni.<br /><br />Questo è quello che è successo le notte in cui mi hanno vampirizzato. Sì, avete capito bene. Sono un vampiro del cazzo e per vostra informazione prima ero gay.<br /><br />Avviso ai genitori: vi è andata di sfiga e quella sera lo spermatozoo ingravidante non ha dato frutto a quella macchina perfetta sforna mocciosi?<br />Vi state chiedendo quale sia la materia che Mr. Prole, nonché " Centroavanti di buone speranze " studia tutte le sere con l'amico Jordie?<br />Bene, esiste una cura: " La Vampirizzazione ".<br />A volte funziona. Quasi sempre a dire la verità. Difatti adesso sono attirato molto più dalle vergini dal sangue caldo.<br />Quindi, se trovate sul giornale il mio annuncio, contattatemi al numero 0003110666 senza timore. Rispondo solo dopo il tramonto, ovvio.<br />Però poi non vi lamentate se, alla visione della vostra vena giugulare che pulsa, la nostra verga diventa turgida e la voglia di squarciarvi la gola con un morso diventa una tentazione troppo forte - Vero mamma e papà? Ricordate?<br />È vero, forse non ci sarà lo stesso nessun nipotino. Niente bambinetto piagnucoloso che gioca sul tappeto in salone. Niente nuora antipatica di cui lamentarsi. Ma almeno i vicini la smetteranno di guardarvi in quel modo che vi da tanto fastidio. Esatto signori e signore, non dimenticatevi dello sguardo del vicino: è uno dei fattori trainanti della società, non dimenticatevene mai! Chiamatemi, ci penso io a mettere le cose a posto.<br /><br />L'ottimo esemplare di maschio Dean, il vampiro che mi ha trasformato, era bellissimo, statuario, capelli rasati, occhi profondi. Non sono riuscito proprio a opporre resistenza, mi era impossibile resistere alla tentazione di passare una notte con lui.<br />C'era qualcosa fuori posto però. Una volta in camera da letto non voleva nè farsi esplorare gli orifizi a cui tanto aspiravo né lucidare la mia argenteria.<br />Sapete cosa voleva fare questo Dean? Dai che ci arrivate da soli: voleva darmi un cazzo di morso alla giugulare; e l'ha fatto, il bastardo! Esatto, non mi aveva rimorchiato al cinema per poi fottermi sul suo materasso coperto da un morbido piumone in satin bianco; o meglio, voleva sì fottermi, ma non nel modo che speravo.<br />Comunque non mi ha ucciso. Dean ha deciso che la sua vita da vampiro solitario doveva finire. Voleva un po'di compagnia. Anche noi ogni tanto ci rompiamo a star da soli, quindi il vecchio Dean mi ha trasformato.<br />Siamo stati buoni amici per anni in seguito. Aveva un giro di ragazzine giovani, me ne procurava sempre di bellissime: pelle come il velluto, profumata e che sangue ragazzi, che sangue!<br />Noi vampiri quando assaggiamo del succo umano veramente buono abbiamo un vero orgasmo. Proviamo le stessa sensazione che sentite "voialtri" quando vi menate il cazzo davanti allo specchio o di quando strusciate la testa del peluche di quando eravate bambine sulla vostra passerina eccitata. Moltiplicatelo per mille volte.<br /><br />Una volta, me la ricordo ancora come se fosse ieri, ci siamo portati a casa due ragazze. Bellissime, buone. Dovevate vedere che foia che avevano quando le abbiamo portate in camera. Erano davvero convinte che da lì a poco ce le saremmo sbattute tutte e due. Ah, se le avessero viste i loro papà.<br />Quando però la fame ha preso il sopravvento, non vi dico la loro fretta nel rivestirsi. Quando hanno realizzato di essere ai nostri occhi nient'altro che pezzi di carne cruda, dovevate vedere la religiosità nelle pupille dilatate.<br />Se ripenso ancora al gusto, mi viene l'acquolina in bocca. Ma non possiamo star qua a rivangare troppo il passato, giusto?<br /><br />Ho menzionato poco fa di quanto io e Dean fossimo stati buoni amici per un certo periodo; ma tutto prima o poi finisce, niente dura per sempre.<br />Un giorno Dean ha esagerato.<br />Mi ha portato una ragazzina di undici anni. Era squisita. Non lo metto in dubbio. Quando le ho dato il primo morso mi ha percorso l'estasi più intensa vissuta nella mia vita da squarciagole. Piccola, delicata. Una bambolina. Poi, non so cosa sia successo: forse quel briciolo di umanità che avanzava dai resti di ciò che ero. I resti di quella fragile personcina omosessuale che giaceva in fondo al mio buco del culo.<br />Sapete che ho fatto alla piccola, deliziosa Matilde? L'ho resa immortale, come me. Adesso è qui mentre sto scrivendo. Ormai siamo inseparabili da due anni.<br />Non mi piaceva per niente il modo in cui Dean trattava Matilde. Gli sguardi e quelle mani che spesso la accarezzavano in modo morboso.<br />Allora, di comune accordo, io e Matilde abbiamo deciso di mandarlo a fare in culo, ma nel senso che glielo abbiamo proprio sfondato quel suo culo pallido e stereotipato da vampiro maledetto. Lo abbiamo impalato come si fa nelle classiche leggende sui vampiri.<br /><br />La compagnia della mia piccola Matilde è molto più gratificante. Dean era solo uno spocchioso figlio di puttana, snob, pieno di sé; cercava sempre di primeggiare, il coglione. Invece io e Matilde siamo come padre e figlia.<br />Quando ero ancora quel sensibile ragazzo gay ho sempre avuto il desiderio di paternità e lei quando era umana non ha mai avuto un padre.<br />Lo stronzo aveva abbandonato la moglie e la figlia.<br /><br />Sapete cos'è Matilde, oltre ad essere la mia bellissima bambina?<br />E' cibo vero, per attirare le prede.<br />Un'esca. Un'esca morta.<br />Un'esca vampira nel nostro caso.<br />Sapete chi attira al suo amo?<br />Pedofili.<br />Avete capito bene. Siamo due cazzo di vampiri Bonnie e Clyde smembra pedofili.<br />Solo quest'anno ne abbiamo fatti fuori sessanta.<br />Ad esempio ora siamo in questa stanza. Questa volta abbiamo fatto il vero colpaccio.<br />Lo stavamo cercando da due anni ormai. Avevamo proprio perso le speranze.<br />Ma ora l'abbiamo trovato, quel pezzo di merda.<br />Il padre di Matilde.<br />L'abbiamo beccato quello schifoso che le faceva tutte quelle cose orribili.<br />L'abbiamo prosciugato. È diventato silenziosamente bianco.<br />Ci stiamo occupando di quel che ne rimane. E' un lavoraccio.<br />Lo porteremo poi da un amico mio in campagna. Le sue scrofe riescono a farti sparire un cadavere in dieci minuti.<br />Questo è il sessantunesimo che gli portiamo.<br /><br />E non vi dimenticate del mio annuncio. Però vi avverto.<br />Non si accettano lamentele.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7993"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7993</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7993</guid><category>racconto</category><pubDate>sab, 13 nov 2010 15:37:09 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Torino</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Un tempo siamo stati qui<br />a vivere i nostri giorni<br />Questa città sembra così indifferente<br />mentre la pioggia bagna i suoi monumenti.<br />Le pozzanghere riflettono i nostri volti.<br />Entriamo in quel negozio<br />ti ricordi ti ho comprato un vestito?<br />Riusciremo ad essere abbastanza sereni <br />per sopportare le giornate d'autunno?<br />Le fotografie silenziose<br />appese su queste pareti di nebbia?<br />Il treno parte, mentre il tuo viso <br />si veste di lacrime<br />Io mi dirigo verso la città<br />popolata dalla mia solitudine<br />Davanti alla FNAC una barbona ingobbita mi chiede qualche moneta.<br />Mentre le porgo 50 cent sorride la sua bocca sdentata.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-68141"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-68141</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-68141</guid><category>poesia</category><pubDate>mar, 02 nov 2010 14:49:57 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Celebrità</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Ora sì, finalmente sono diventato una celebrità.<br />Era scritto nel destino. Chiaro. Evidente. La mia vita poteva portare solo a questo: essere una stella, famoso, unico. Sono nato per essere sul gradino più alto. E non morirò mai. Le persone famose non muoiono, magari muore il loro corpo, ma nella mente della gente, del pubblico, le persone famose, quelle come me, rimangono impresse. La nostra faccia è un tatuaggio sugli occhi del popolo. Posso sentire già ora i discorsi delle persone al bar. -Ti ricordi di... come potrei dimenticarlo... Uno così mica si scorda<br /><br />Fin da piccolo sono sempre stato al centro dell'attenzione: Occhi azzurri, boccoli biondi. Quando andavo all'asilo le bambine si innamoravano di me subito. Sentivo l'invidia degli altri bambini. Nei loro sguardi era già presente. Certo era ancora molto leggera (non come quella dei ragazzi ai tempi della scuola) perché loro pensavano a giocare. Mentre in me contemporaneamente cresceva questa consapevolezza di essere un predestinato. Sì, a voi potrà sembrare facile parlare così adesso che sono diventato una celebrità, ma vi assicuro io l'ho sempre saputo.<br />Per non parlare poi del periodo della scuola superiore, quando andavo all'istituto alberghiero. Anche se non me ne fregava niente di cucinare, i miei piatti erano sempre i migliori, i più buoni. Persino i professori si stupivano della mia bravura. Sicuramente l'aver imparato a cucinare così bene, mi ha permesso di arrivare fino in fondo a questo gioco. Ogni azione ha una conseguenza e aver frequentato quella scuola di cui non me ne fregava niente ed essere comunque diventato così bravo, è, ormai mi è chiaro, parte dello stesso disegno, dello stesso discorso. La mia vita.<br />Quando ad esempio andavo a fare acquisti. Specialmente quando compravo vestiti. Vedevo le commesse spiarmi attraverso il camerino. Lo so cosa volevano da me. Volevano questo perfetto corpo destinano all'ammirazione di lacrime di sedicenni in calore. Volevano sentire l'ebrezza di sentirsi sbattere da un cazzo destinato ad essere guardato dal basso verso l'alto<br /><br />Eravamo in 12.<br /><br />Io, Marco, Luca, Alex, Tony, Tommy, tutti bravi ragazzi, di bell'aspetto, scelti apposta per bucare lo schermo. Per far innamorare le ragazzine, le madri, i padri, le zie, i nonni e tutti i parenti possibili immaginabili. Ma nessuno di questi babacci avrebbe potuto competere con me. Poi c'erano le ragazze, Sheyla, Anna, Marika, Lisa, Valery e Paola. Tutte e sei, bellissime, corpi da favola. Sicuramente erano dovute scendere a qualche compromesso per entrare nella casa. Non ho mai chiesto a nessuna di loro che gusto avesse lo sperma del responsabile delle selezioni. Oppure se in quella camera d'albergo servissero almeno del buon vino. Ma queste domande adesso che ci penso avrei potuto anche farle ai maschietti. D'altronde la posta in palio era il diventare una stella. Quindi dare via un corpo anonimo per riavere indietro un corpo che sarebbe finito sulle bocche di tutti era un compromesso accettabile.<br />Ma io l'avevo notato subito nei loro occhi quando mi hanno visto. Avevano capito che nessun compromesso avrebbe permesso loro di impedire la mia ascesa trionfante. Avevano visto scritta sulla mia fronte la parola "Celebrità"<br />La regola era molto semplice, ogni settimana si andava al voto e chi riceveva più voti andava in nomination. Poi il pubblico votava decidendo chi sarebbe uscito.<br />Inutile dirvi che io non sono mai andato in Nomination.<br />Dicevo prima che credo, che il fatto di saper cucinare così bene, mi ha permesso di arrivare fino in fondo. Perché i ragazzi, i miei coinquilini, nonostante mi temessero, era evidentissimo che non potessero fare a meno di me. Erano tutti degli incapaci, pensavano solo ad apparire o a cercare di farlo mentre io non dovevo sforzarmi. A me, viene così naturale essere al centro dell'attenzione e quindi mi limitavo a cucinare e sorridere ogni tanto. Credetemi, una cosa così banale, può rivelarsi la più vincente.<br />Sono sicuro comunque che se anche fossi andato in Nomination, il pubblico non mi avrebbe escluso. Non ho più i boccoli biondi da angioletto, ma ho occhi azzurri e fisico scolpito, una voce sensuale: sono sicuro che mamme e figlie si bagnavano solo guardandomi.<br />E l'indice di gradimento settimanale ne era la conferma ero sempre al primo posto. Chiaro.<br />Alla fine siamo rimasti Io, Sheyla la biondina formosa con la sguardo da cerbiatta e Tony il morettino carino e dolce. Il bravo ragazzo che ogni madre vorrebbe che la figlia si portasse a casa.<br />Questi due si erano messi insieme durante il gioco. Era chiaramente una tattica, il pubblico ha sempre bisogno di vedere gente che si ama in tv è così emozionante e commovente.<br />Infatti con mia grande sorpresa durante l'ultima settimana, mi avevano superato nell'indice di gradimento. Non era possibile, quando una cosa è scritta nel destino non la si può cambiare, è così punto e basta. Anche se ammetto per un attimo, ma solo per pochissimo, brevi istanti, ho avuto paura che il destino mi voltasse le spalle.<br />Ma a volte il destino ha bisogno di una spintarella, non trovate?<br />Infatti come vedete sono l'unico ad essere rimasto alla fine. Certe cose non cambiano.<br />Sono pronto per le interviste, potete farmi tutte le domande che volete. sulla mia vita privata, sulla mia famiglia. Sono qui per voi, per accontentarvi, vi nutrirò con la mia presenza.<br />Potete farmi tutte le foto che desiderate, già mi vedo, sulle copertine dei giornali, splendido in perfetta forma.<br />Volete scrivere dei libri su di me? Va benissimo. In fin dei conti sono una storia perfetta, da prima pagina. Ovvio.<br />Probabilmente mi scrittureranno per un film. Magari un film che parla proprio della mia vita. Ed è chiaro, che non ci sarebbe miglior interprete di me.<br />E so già che voi giornalisti, me la farete quella cazzo di domanda, perché a voi queste cose piacciono, ci costruite la vostra carriera.<br />Sì, quando mi chiederete perché ho tagliato la gola a quei due, io vi risponderò.<br />Perché era destino. Sono una celebrità. Andate a fare in culo.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7886"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7886</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7886</guid><category>racconto</category><pubDate>dom, 24 ott 2010 20:24:33 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Assorbire</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Lei a volte ride di tristezza<br />Ma nei suoi occhi la bellezza <br />Risiede<br />Non  è mai assente da lì<br />È sempre costante, <br />ineluttabile bellezza da cui non si ha scampo<br />ora la sua mente  è fragile<br />vorrei accarezzarla <br />farla dormire<br />lei mi ha addirittura amato<br />recentemente mi ha telefonato<br />diceva parole dolci, <br />mi ha detto di non dimenticare<br />e io non dimentico <br />io assorbo</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-64716"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-64716</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-64716</guid><category>poesia</category><pubDate>gio, 02 set 2010 23:37:47 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Sabato notte</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Asincronie di noi<br />Che rimaniamo a fissare destini<br />Dileguati in strade solitarie<br />Cani randagi che abbaiano<br />Nel silenzio di uno specchio <br />Che si frantuma<br />Come un sabato notte<br />E un cuore</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-64195"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-64195</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-64195</guid><category>poesia</category><pubDate>gio, 26 ago 2010 20:18:36 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - L\\\\\\\\\\\\\\\'ospite inatteso</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Il momento in cui arriva un ospite inatteso, a tutti capita nella vita<br /><br />Ero tornato a casa dal lavoro alle 18, come tutti i giorni. Pioveva a dirotto, nonostante fosse giugno inoltrato. Avevo lasciato il finestrino leggermente abbassato e il sedile si era inzuppato d'acqua. All'interno dell'abitacolo si sentiva un odore acre, che mi ricordava il pelo bagnato della mia cagna Laika, era morta la notte prima poverina, il cancro l'aveva divorata  dall'interno, il medico era venuto a  casa mia per farle l'iniezione letale e Laika si era messa sul divano con il muso sulle mie gambe e mi guardava dolcemente, quasi sorrideva forse aspettava che accendessi per l'ultima volta la tv. Il veterinario le aveva tagliato un po' di pelo e poi aveva fatto quella puntura che la portava via dal suo dolore e anche da me. La notte poi, non avevo chiuso occhio, non sentivo il corpo di Laika sul fondo del letto, quello spazio si  era riempito di un vuoto incolmabile. Si tende a sottovalutare la capacità di dare compagnia di un cane, la capacità che ha di spezzare le catene della solitudine. Ripensare a Laika aveva diviso il mio viso in due parti come  un sorriso e una lacrima che si guardano in uno specchio.<br />Laika  era stato l'affetto più sincero degli ultimi anni. Quell'animale viveva solo per darmi il suo amore con piccoli gesti che diventavano così importanti: quello scodinzolare così focosamente al mio ingresso in casa, quell'abbaiare che io traducevo sempre in un <Buongiorno Tesoro, com'è andata al lavoro oggi?>  quello stare accucciata sul mio corpo mentre guardavo il film che davano in prima serata. Laika era proprio una compagna fedele, era un animale e sapeva amare molto più di un essere umano.<br />Il pensiero di Laika mi aveva accompagnato fino al mio ingresso in casa, poi l'avevo lasciato scivolare via come i miei vestiti. <br />La doccia era calda e mi lavava dalla merda che avevo dovuto ingoiare anche quel giorno. Il mio capo era uno stronzo e si divertiva a infierire sulla debolezza dei suoi dipendenti, ma in realtà era solo un fallito che viveva solo per lavorare, non aveva una vita o meglio la sua vita era rovinare quella degli altri con l'umiliazione.<br />Quando uscii dalla doccia il vapore aveva appannato lo specchio, mi asciugai e poi mi infiali mutande e calze. Andai nella mia stanza e in quel momento ripensai intensamente a Laika, molto più intensamente di prima.<br /><br />Dopo così tanti anni...<br />Lui è riapparso.<br /><br />Io sapevo che Laika lo mandava via,  la vedevo ringhiare e abbaiare con una foga mai vista quando l'altro cercava di comparire.<br />Ma ora Laika era morta e lui era tornato a farmi visita, l'ospite inatteso.<br />Mi salutava, quasi con timore, forse pensava con non l'avessi riconosciuto, poi vide sul mio volto l'angoscia e in quel momento capì che non mi ero dimenticato di lui.<br />Cercai di ignorarlo continuavo a ripetermi nella testa:<br /><lui non esiste, è la tua mente che non funziona bene, te l'hanno spiegato tante volte.<br />Non esiste<br />Non esiste<br />Non esiste><br />Mi infilai la tuta e andai nel salone, accesi la tv, sintonizzandola su un canale sportivo satellitare  alzai il volume al massimo, cercavo distrarmi. In questi anni avevo imparato a controllare tutto questo, potevo farcela ancora. Laika non c'era più ma io dovevo farcela lo stesso <br />Lui non esiste.<br />Lui non esiste.<br />Stavano  giocando due squadre inglesi di cui  non ricordo nemmeno il nome.<br /><Quanto stanno?><br /> Fece questa domanda  con molta calma, era seduto al mio fianco, mi sorrideva con un fare quasi affettuoso, era contento di rivedermi, forse si aspettava che lo fossi anche io<br /><Come stai, non mi abbracci?><br />Una goccia di sudore mi scese dalla fronte, percorrendo tutto il viso andando a cadere sulla mia mano destra.<br /><Che hai?,  sembri nervoso><br />Andai in bagno e cercai subito nell'armadietto, non c'erano.<br />Lui sorrise in un apertura fine della bocca, si intravedevano a malapena i denti, sembrava una lama di  rasoio<br /><Guarda, sono proprio lì dietro, con la fretta non si risolve niente><br /><br /> Le mie medicine ripiene di Clorpromazina erano proprio lì dove stava indicando lui.<br />Mi girai  vedendolo attraverso lo specchio, stava cercando di conquistarsi la mia fiducia il suo aspetto non era cambiato affatto in questi anni, il suo viso era pieno di fierezza ed arroganza i suoi occhi erano profondi e scuri e se li guardavi, sembravano l'ingresso in luogo buio e tenebroso in cui affondare senza speranza d'uscita.<br />Ingoiai un paio di pillole. Presi il telefonino e cercai il numero del mio medico,  lo trovai e telefonai subito, il telefono mi tremava tra le mani e quando sentii  la segreteria telefonica un macigno pieno di sconforto mi cadde sulla schiena.<br />Tornai in salone coricandomi sul divano. Chiusi gli occhi, sperando che quei neurolettici facessero effetto. Cercavo Laika il suo abbaiare, il suo ringhiare, la mia protettrice, la mia guida verso la realtà.<br />Quando riaprii  gli occhi mi trovai sul divano lui era così fiero di me, fece partire il video.<br /><Mettiti comodo, quello sei tu> disse ironicamente<br />Ero io si; c'era un coltello appoggiato sopra il tavolino. Girai lo sguardo per non vedere il video e vidi il mio corpo disteso sul divano in una pozza di sangue la stessa immagine era trasmessa anche nello schermo.<br /> Gocce di sangue scendevano dalla mia gola e si infrangevano sul pavimento  si sentiva un suono che ricordava l'acqua che cade da un lavandino che non è stato chiuso bene, si stava formando un tappeto rosso, la passerella che conduceva verso la mia fine <br />Lui mi applaudiva chiedeva il bis, disse <guardiamolo un'altra volta>  fece ripartire il video si accese una sigaretta era una Camel blu le stesse che fumavo io.  <br />< Rilassati, mettiti comodo e non fare quella faccia, la tua interpretazione non poteva essere migliore, non ho mai visto uno spettacolo così divertente, potrei guardarlo per sempre></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7203"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7203</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7203</guid><category>racconto</category><pubDate>dom, 04 lug 2010 13:22:42 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Torre Eiffel</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Credo nelle persone buone e nelle cose che so fare.<br />E credo che tu sia la più buona che conosco e più brava di me a fare praticamente tutto.<br />Per questo ho fatto tutto quello che ho fatto e mi sono precipitato qui.<br />Perchè penso, anzi, perchè sono sicuro, che dovremmo farlo.<br />Sono sicuro che dovresti infilarti questo anello e dire sì davanti al primo prete che incontriamo o al sindaco,<br />perché so dove abita e non sarebbe un problema.<br />Solo sì.<br />Sono sicuro che dovresti fare quest'unica, semplice cosa.<br />Perché ne ho bisogno, perché ti amo.<br />E perché sapresti farla benissimo.<br /><br />Ti ricordi quella volta al mare, guardavamo l'orizzonte, tutto sembrava potesse succedere in quel momento, eravamo io e te, una cosa sola. Soltanto io e te.<br />Tu mi guardavi con quegli occhi così grandi, sembrava così naturale perdersi lì dentro. E il chiarore della luna che si rifletteva sul mare, quello spettacolo così sfacciatamente romantico, non era niente in confronto alla bellezza e alla magnificenza  dei tuoi occhi.<br /><br />I tuoi occhi...<br /><br />labirinti d'amore in cui perdersi,  sì perdersi perché uscirne fuori sarebbe stato come smettere di vivere. <br />La tua bellezza sublime mi faceva sembrare così piccolo confronto alla gioia unica e totale che solo la perfezione della tua persona riusciva a darmi<br />I miei figli avranno bisogno di una madre come te, che li tenga al  riparo da questa società malata, dove tutti sono squali, pronti a divorare, masticare, vomitare, umiliare e distruggere il prossimo<br />Solo tu potrai farlo amore mio.<br />Noi siamo i due lati della perfezione, l'Yin e lo Yang, siamo due rette parallele che superano le barriere della fisica e si incontrano e si uniscono, si amano, si toccano e diventano amore.<br />Le nostre mani dovranno essere unite. Dobbiamo poterci proteggere insieme da questo squallore, da questo putridume sociale che regna sulle nostre teste costrette a guardare sempre verso il basso, dal peso dell'indifferenza che ogni persona sputa addosso all'altra. <br />Con te potrò superare il peso della routine giornaliera, il lento spegnersi dei miei giorni dietro movimenti sempre uguali, dietro l'ineluttabile ripetersi dei gesti che scandiscono la vita delle persone a colpi d'accetta sulla schiena.<br />Con te tutto questo sarà pura poesia, l'esistere avrà l'unico scopo d'amarti, l'ignavia non farà parte della mia persona, io mi schiererò dalla parte del bene, dalla parte del bene che solo tu, amore mio, puoi infondere in me.<br />. Lo vedi questo anello, i nostri nomi sono stati scritti per non essere mai più cancellati<br />Oh amore dimmi di sì e io sarò il tuo schiavo, sarò il tuo amante, sarò tutto quello che vuoi, tu ti fonderai in me io mi fonderò in te, saremo liquidi che prenderanno forme diverse ogni giorno, che prenderanno le forme dei nostri desideri, che realizzeremo insieme.<br />Faremo quel viaggio che hai sempre sognato in giro per l'Europa, ti porterò a Parigi, guarderemo il mondo dalla torre Eiffel e tutti ci sembreranno cosi piccoli da la su, noi sopra di tutti, il nostro amore dominerà sul mondo.<br /><br />Oddio scusami, lo so che sto parlando troppo, che ti ho inondato di parole, è che davvero non sapevo in che altro modo dirti tutto questo, l'amore che ho per te supera ogni barriera ogni limite, ogni cosa.  E non importa se mi hai fatto arrabbiare, non importa se prima mi hai detto di no, non importa se la tua testa è rotolata a terra sporcando il parquet di sangue. Io ti amo lo stesso.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7013"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7013</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7013</guid><category>racconto</category><pubDate>mer, 09 giu 2010 21:13:38 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Emozioni</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>Amorfici <br />Astrattismi<br />Di mani<br />Che toccano<br />Individui<br />Devoti <br />A sguardi<br />perduti</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-59206"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-59206</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-59206</guid><category>poesia</category><pubDate>mar, 08 giu 2010 23:52:13 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Paradosso</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/velvetacid"> </a></strong></p><p>uomo<br />morto <br />e<br />risorto<br />salva<br />uomo<br />morto<br />e <br />sepolto</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-59180"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-59180</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-59180</guid><category>poesia</category><pubDate>mar, 08 giu 2010 13:06:31 +0100</pubDate></item>
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